19 Luglio 2021 / Humus Job / Rete

Ha un anno la prima CSA in Piemonte e si chiama Cresco

Lorenzo e Pietro hanno fatto esperienze diverse nella vita ma i loro due percorsi si sono incrociati dando vita a una realtà virtuosa – Cresco – che tiene insieme ciò che questi due giovani sono, insieme alle persone che hanno incontrato sul loro cammino in questi anni e che hanno deciso di seguirli nell’avventura.

Perché Cresco non è soltanto un’azienda agricola, nemmeno soltanto una CSA (Le Comunità a Supporto dell’Agricoltura o CSA): è un’avventura, un cammino in un territorio marginale come la Valle Varaita, a Cuneo, un percorso, non sempre facile, per costruire un’economia alternativa e diffondere l’approccio agro-ecologico all’agricoltura.

Siamo andati a trovarli a Rossana dove hanno alcuni campi. 

Ci hanno accolti in una stanza accogliente e calda e abbiamo iniziato a conoscerli meglio iniziando da subito a respirare un’aria familiare, un clima di casa, quello che si sente quando incontri persone che condividono i tuoi stessi valori e che portano la propria scelta professionale anche nella loro vita personale, nel modo di essere e relazionarsi con le persone, la natura, l’ambiente in cui scelgono di restare (o tornare).

© Humus Job

“Ho 33 anni e ho studiato da informatico – ci dice Lorenzo Barra – ma sono partito da tutt’altro per arrivare a questa avventura: ho fatto il cuoco per 6 anni e ho capito il valore delle materie prime e la connessione tra ciò che si mangia e come viene coltivato.” Questa è la riflessione che ha guidato Lorenzo nella scelta di dedicarsi all’agricoltura e di aprire un’azienda che nasce quindi da un pensiero critico su ciò che si mangia

“Vivo in Valle Varaita da sempre – continua a raccontare di sé Lorenzo – odiata per un sacco di tempo. Ma ora la amo. Sono stato in giro per il mondo un anno e mezzo, poi Toscana, Casale Monferrato per altri tre anni. Poi ho iniziato a cucinare per gli Antagonisti, e infine sono tornato a casa. Ho cercato di strutturare quello che avevo in testa associato all’agricoltura in un posto che sentissi mio il più possibile.

Anche Pietro Cigna, 26 anni, vive in Valle da un anno e mezzo. Ma anche lui arriva in questo territorio dopo aver percorso altre strade: è di Cavallermaggiore, ha studiato al liceo a Savigliano e poi ha proseguito gli studi con una laurea triennale in Scienze Internazionali, dello Sviluppo e della Cooperazione a Torino. “Volevo studiare nell’ambito ambientale e volevo studiare via, quindi sono andato in Norvegia. Prima di partire ho lavorato un anno in Valle Po. Poi ho continuato con una laurea Magistrale in ambito ambientale, ma con un approccio interdisciplinare (agroecologia, economia, etc). Mi sono laureato nel 2019 e sono tornato a Rore, dove ero già venuto a scrivere la tesi.”

In quel piccolo paese della Valle Varaita, ha deciso di fermarsi e far diventare quel territorio la sua casa e il luogo in cui costruire il suo futuro professionale e ideale.

L’incontro tra Lorenzo e Pietro è avvenuto nel dicembre del 2019 e in due anni la loro avventura insieme è cresciuta velocemente.
Cresco esisteva già, era un’azienda agricola – e molti progetti nella testa di Lorenzo. Pietro ha aperto un’ulteriore prospettiva portando lo sguardo di entrambi verso il mondo delle CSA che Pietro aveva studiato nel suo percorso universitario e da cui era rimasto affascinato.
Pietro aveva conosciuto Cresco attraverso i social: “Quando mi sono trasferito in valle avevo una lista di persone che volevo conoscere e Lorenzo era tra questi.” 
Si sono incontrati, hanno parlato, hanno iniziato a confrontarsi e costruire quella che oggi è una CSA con 90 soci e molte connessioni tra le realtà della Valle.

La prima collaborazione pratica tra i due è iniziata quando Pietro ha deciso di chiedere a Lorenzo se avesse bisogno di qualcuno per lavorare. La risposta è stata positiva, aveva bisogno di qualcuno che lo aiutasse nei campi ma nel dire sì a Pietro, Lorenzo ha scelto la trasparenza: poche ore perché i soldi a disposizione non erano molti. Non è una passeggiata fare agricoltura, in montagna, partendo quasi da zero, da solo: la marginalità è poca, devi farti conoscere, devi conquistare la fiducia dei consumatori, devi trovarti la tua nicchia di mercato. 

Lorenzo e Pietro, probabilmente perché si sono incontrati in discorsi comuni e con apertura e sincerità, pur nella difficoltà sono riusciti velocemente a trovare un accordo: un part-time da fine febbraio a fine aprile. 

Le cose poi sono andate diversamente, ma non per scelta: è arrivata la pandemia da Covid-19, ci sono stati lockdown e chiusure, complessità notevoli. Ma a Lorenzo e Pietro questo ha portato a un’evoluzione del loro progetto: Lorenzo ha fatto un contratto a Pietro e tra metà aprile e fine maggio è nata la CSA Cresco.

“Non conoscevo le CSA – ci dice Lorenzo – era un genere di mondo che non avevo mai conosciuto, ma che penso abbia delle potenzialità infinite.”

Entrambi sottolineano quanto la formula della CSA sia un supporto importante per le piccole imprese come la loro, che non hanno alle spalle 30 anni di azienda agricola; inoltre, le Comunità a Supporto dell’Agricoltura pongono l’attenzione su una parte sociale – e di socialità – che a Lorenzo e Pietro sta molto a cuore

© Humus Job

Gli chiediamo quali siano effettivamente gli aspetti vantaggiosi delle CSA perché, da quanto capiamo, queste sembrano essere un’ottima ancora, anche in un momento storico difficile come quello della pandemia.
In effetti, in questo periodo (Altreconomia) sono nate numerose CSA in Italia a conferma che questo modo di connettere il mondo agricolo alla comunità, il fare agricoltura con lo stare insieme, creare socialità nuove e più sostenibili, sia una buona risposta quando vengano a mancare altri riferimenti.

Lorenzo ci spiega i vantaggi: tramite la quota annuale che il consumatore versa si crea un’importante fidelizzazione che, per una piccola azienda o neonata impresa agricola è una garanzia per la produzione perché ciò che viene coltivato è sicuramente venduto.
Il cliente non è più soltanto consumatore lontano dai campi bensì parte del processo e, insieme al contadino, si assume la responsabilità di quello che viene coltivato e di ciò che poi arriva sulla sua stessa tavola.
“La parte di vendita si fa d’inverno, quando hai tempo – aggiunge Pietro – e quando riesci a coprire tutte le quote, sai che il bilancio è coperto, perché il prezzo delle quote deriva da un bilancio preventivo iniziale (come nelle cooperative), tu hai tutto venduto e sai anche che non ci saranno sprechi, che il bilancio è pagato e che a fine anno ci arrivi senza l’acqua alla gola”. 
Una parte delle quote vengono pagate a inizio anno, tramite quello che Lorenzo e Pietro chiamano un iper-finanziamento: i clienti / consumatori – ossia i soci della CSA, che condividono la responsabilità e la visione della comunità agricola – pagano all’inizio dell’anno tutta la quota, un terzo o metà (a seconda dell’organizzazione della CSA). Questo movimento del consumatore è un aiuto molto grande perché garantisce alla produzione una liquidità che permette la copertura delle spese iniziali. 
In una zona – come quella montana della Valle Varaita – le produzioni iniziano a dare frutti verso maggio; fino a quel mese, l’agricoltore non ha entrate per coprire le uscite, anche ingenti, che si devono sostenere nei mesi precedenti.
La copertura genera una differenza in termini di sostenibilità economica, progettualità, continuità imprenditoriale.

Considerato il focus di Humus Job sul lavoro regolare nel mondo agricolo non siamo riusciti a non chiedere a Lorenzo e Pietro una riflessione rispetto all’impatto sociale che ha una CSA e, nello specifico, quale sia l’impatto sociale realizzabile grazie a Cresco.
Ovviamente ci hanno pensato nella fase stessa di creazione proprio perché la sostenibilità sociale è un elemento che sta a cuore a entrambi
Le Comunità a Supporto dell’Agricoltura, hanno numerosi vantaggi sociali e l’impatto positivo, su questo piano, è ampio.

© Cresco

Il coinvolgimento in prima persona dei consumatori, determina un vantaggio per le persone perché sono corresponsabili dell’impresa, parte del processo di filiera: c’è una condivisione di rischi e benefici all’interno della comunità.
Una CSA può generare una vera e propria differenza nel mondo produttivo perché è un modo per autoprodursi il cibo in maniera collettiva partecipando alle spese per coprire i costi reali di produzione e di risorse umane, in modo giusto, equo.
Come ci spiegano Lorenzo e Pietro, cambia il concetto: non si pagano i prodotti ma si coprono i costi, la persona non è più un consumatore passivo ma è un co-produttore. E il risvolto sociale lo si ritrova nella ridefinizione dei ruoli delle persone all’interno della società, a livello concettuale; a livello pratico, le persone sono consapevoli del processo produttivo e dunque sono a conoscenza che il loro contributo economico rende possibile il progetto e sono consapevoli di ciò che mangiano, modificano il modo di stare insieme attraverso la condivisione, la sperimentazione, il fare insieme e scegliere consapevolmente. 
Oltre al versamento della quota per coprire dei costi, infatti, i soci co-produttori possono dedicare alla CSA tempo, energie, riflessioni apprendendo le pratiche dell’agro-ecologia, osservando Pietro e Lorenzo nel loro fare agricoltura e sperimentando insieme a loro. 
“Hai la possibilità di vedere direttamente ciò che mangi, come viene coltivato – ci dice Lorenzo – sei parte del processo e tutto è agito in trasparenza con le persone che hanno scelto di far parte della CSA.”
Quando il consumatore si rende attivo nel processo produttivo e si interessa a ciò che mangia, la fiducia e la partecipazione diminuiscono il bisogno di certificazioni.

Sul tema delle certificazioni Lorenzo si scalda, le anime pure dei due giovani si sentono vibrare nella stanza sul discorso della partecipazione, della condivisione e anche su questo delle certificazioni.
Proprio per questa refrattarietà alle certificazioni, Lorenzo aveva deciso di rendersi autonomo nella commercializzazione ancora prima della nascita della CSA Cresco. Infatti, consegnava personalmente ai privati, collaborava con alcune realtà locali, per uscire dalle logiche della Grande Distribuzione e dai meccanismi economici legati al convenzionale e al biologico, per slegarsi dal concetto che ciò che viene prodotto, per essere vendibile, debba essere tutto grande uguale e standardizzato.
Animati dalla volontà di diffondere l’approccio agro-ecologico all’agricoltura, Lorenzo e Pietro si sono trovati nel desiderio di accompagnare le persone in un viaggio di scoperta e di consapevolezza attraverso il cibo, attraverso i prodotti della terra.

Lorenzo è passionale, parla con calore e ti racconta il suo punto di vista con energia; Pietro condivide i suoi ragionamenti con parole e un atteggiamento più pacati, con tempi più rilassati.
Ma quello che ascoltiamo da entrambi è un’idea, una convinzione che li accomuna e cioè l’importanza che tutte le persone siano consapevoli del ruolo attivo che hanno nel mondo – in positivo e in negativo – e che coltivare la terra significa “cambiare lo sguardo delle persone, su ciò che mangiano e sul loro rapporto col cibo – come afferma Lorenzo – cambia la socialità.” 
E Pietro aggiunge che è importante e giusto che chi partecipa alla CSA possa contribuire al processo decisionale rispetto a ciò che si coltiva, alle quote, quando fare le consegne, ecc…
La Comunità a Sostegno dell’Agricoltura è un modo per sperimentare l’essere attivi nella società in cui vivi, prendere decisioni per essa, contribuire a migliorarla ed essere consapevoli che il proprio contributo può anche essere dannoso o generativo.

A proposito di questo, i ragazzi di Cresco hanno stabilito delle quote solidali: ci sono, infatti, tre quote destinate allo Spazio Vitale di Piasco (CN), un’associazione locale che si occupa di distribuzione di pasti a persone in difficoltà economiche.
Di queste quote, tutti i partecipante alla CSA pagano una parte e l’obiettivo di questa iniziativa – condiviso da tutti – è quello di farsi carico, come comunità anche di coloro che si trovano in una situazione più svantaggiata.

Ci potremmo perdere ore a parlare con Lorenzo e Pietro, sul piano degli ideali, su quello dei progetti e delle idee.
Ma ci incuriosisce molto sapere come stia effettivamente procedendo la vita di Cresco, ora che ha 1 anno di età.
E da quanto i due ragazzi ci raccontano, è una vita positiva, in salute e con buone prospettive: sono attivi da un anno e mezzo, Lorenzo e Pietro lavorano la terra e la CSA è formalmente una società agricola, divisa al 50 e 50 tra i due, che vende a privati prodotti ortofrutticoli e attività didattiche. 

© Cresco
© Humus Job

La solitudine è ciò che spesso affatica gli agricoltori. Loro non la sentono molto perché il sostegno della comunità è quel quid in più che gli permette di essere in salute.
Sono, infatti, un’ottantina – tra famiglie e singoli – le persone che hanno preso una quota a ortaggi con consegna o ritiro settimanale e, più di una ventina, sono le quote di supporto.
Questi numeri non rappresentano solo i soldi che coprono le spese ma sono persone, relazioni, uomini, donne, giovani, bambini che possono partecipare alla produzione e alla comunità.
Li provochiamo un pò, scherzosamente: non solo si fanno pagare in anticipo ma chiedono anche ai consumatori di lavorare nei campi.
La partecipazione dei soci, in realtà, è per l’agricoltore un lavoro aggiuntivo perché non tutti sanno come lavorare la terra. Ma fa parte del gioco della CSA ed è una parte molto importante: perché permette a ognuno di mettere dentro questa comunità intenzionale connessa all’agricoltura il proprio potenziale e di metterlo a disposizione di tutti. 
L’elemento preponderante di una CSA è l’agricoltura, che è quello che Lorenzo e Pietro praticano quotidianamente, ma chiunque può contribuire in base alle proprie capacità. 
“Ognuno può proporre qualcosa – dice Lorenzo – Se hai 80 teste che mettono un po del proprio tempo a disposizione puoi avere un gran casino, ma anche qualcosa di davvero bello.”

Con ancora un pò di curiosità gli abbiamo chiesto come siano arrivati a costruire le quote e ad agganciare i consumatori e a creare, in così pochi mesi, una comunità attiva.
“Con l’esperienza – dice Lorenzo – inizi ad avere un’idea meno vaga delle produzioni settimanali, qualche stima meno naif su cosa aspettarti dalla produzione. Cerchi di bilanciare i terreni che hai, le esperienze e soprattutto i conti, cercando di far quadrare il tutto.”
La stima parte dal produttore e loro l’hanno fatta in base ai campi che avevano; hanno poi fatto un calcolo delle quote che avrebbero potuto coprire settimanalmente e hanno realizzato un bilancio preventivo attraverso cui inquadrare tutto il processo produttivo in modo sostenibile. Per loro una quota rappresenta o 3 o 4 kg di prodotto a settimana, ossia 280 kg totali di produzione.
Coinvolgere le persone non è stato complesso: da un lato, per la loro presenza sul territorio e le sinergie create negli anni, dall’altro, perché le persone hanno sempre più voglia di farsi coinvolgere e non solo essere acquirenti passivi.
Lorenzo e Pietro hanno comunicato attraverso i social media e volantini anche perché incontri in presenza non era possibile organizzarli a causa della pandemia.
Hanno raccontato, spiegato cos’è una CSA, costi e benefici, si sono fatti conoscere. Erano ovviamente timorosi che il digitale non portasse la giusta risposta, non fosse abbastanza per stimolare le persone ma gli stimoli arrivano dalla forza delle idee, quale che sia il canale.
E l’idea di Cresco è forte tanto che è stato necessario dire di no a qualcuno.
L’idea di Cresco è forte come forte è quella che sostiene le CSA: si parte dall’attenzione per il cibo, dalla produzione di questo fatta in un certo modo, ma è uno strumento per aggregare persone che riapre all’esterno, allarga. Ci si ritrova intorno al cibo per poi farsi domande su quello che insieme si può fare.

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