21 Giugno 2021 / Lavoro

Agri-cultura: sostantivo femminile

Le pratiche agricole, fin dalla preistoria, sono state per millenni sostanziale monopolio delle donne, anche se nelle forme arcaiche del tempo, fino a quando la stanzialità e la divisione professionale del lavoro non ne hanno modificato le caratteristiche strutturali: siamo ormai in epoca storica, nel IV millennio a.C.

Da allora in poi, e fino ai giorni nostri, all’interno della famiglia contadina, le donne, in aggiunta ai lavori interni allo spazio domestico, hanno svolto un ruolo prevalentemente di sostegno e complementare al lavoro maschile, occupate in lavori integrativi e marginali come le attività orticole di sussistenza, l’allevamento degli animali di bassa corte, il lavoro stagionale di raccolta: lavori, in genere, basati su tecnologie più tradizionali e sull’impiego prevalente dell’energia umana. Tale modello di divisione del lavoro è causa di una minore professionalizzazione del lavoro agricolo femminile, di cui un’altra caratteristica è la polivalenza delle funzioni, al contrario dell’univocità dei compiti maschili, che presuppone un riconoscimento di capacità professionali specifiche.

Il quadro non subisce modifiche sostanziali in tutto il periodo storico, fino alla metà del XIX secolo quando l’avvento delle macchine e il superamento dei residui feudali – ancora vivi nelle campagne –favorirono la concentrazione della proprietà terriera, la formazione di estesi latifondi (in particolare al Sud) e la nascita della grande impresa agricola di stampo capitalistico (al Nord), e contribuirono a modificare in profondità il sistema produttivo con riflessi importanti anche sulla conduzione delle imprese agricole e in generale sulla produttività della sua gestione. 

© Wikipedia

In quello stesso tempo, quasi in parallelo con il settore secondario, anche nelle campagne emerge una nuova figura professionale: il bracciante agricolo (sorta di proletario senza terra) impiegato a giornata nella grande impresa agricola capitalistica o nel latifondo per svolgervi le attività che nella piccola impresa contadina di tipo familiare sono svolte dai componenti della famiglia mezzadrile, colonica, affittuaria o proprietaria. La proletarizzazione dei lavoratori agricoli, estesa a tutto l’universo contadino, coinvolge anche il lavoro femminile strutturando specifiche professionalità legate alla tipologia di produzioni prevalenti nella grande impresa. Nell’immaginario collettivo hanno assunto un ruolo quasi mitico figure come la mondina, la raccoglitrice di olive, la tabacchina (d’estate raccoglitrice di tabacco e d’inverno operaia cernitrice nelle manifatture per la lavorazione dei tabacchi essiccati), a cui vanno accostate figure professionali meno note ma altrettanto diffuse quali la sarchiatrice, la vendemmiatrice, fino alle addette alla raccolta di ortaggi, frutta e verdura in tempi a noi più prossimi. Figure mitiche, la cui fatica e le cui rivendicazioni restano indelebilmente impresse nelle canzoni che ne hanno accompagnato l’epopea. 

Due esempi per tutte: Sciur padrun che canta ironicamente le rivendicazioni delle mondine e Fimmine, fimmine, che denuncia il ricatto sessuale di proprietari e sovrastanti nei confronti delle raccoglitrici di tabacco salentine: un problema sul quale torneremo più avanti.

All’alba dell’Unità, l’Italia è un Paese prevalentemente agricolo e lo resterà per quasi un secolo, fino agli anni Cinquanta del Novecento che registrano l’avanzata e la supremazia del settore industriale

Questi i dati assoluti (x 1000) e percentuali.

Se nei novanta anni successivi all’Unità la riduzione degli addetti all’agricoltura registra percentuali contenute – in pratica una riduzione di circa il 3% medio annuo – nei decenni successivi al 1951 si sconta una caduta verticale dovuta prevalentemente al costante incremento della produttività, favorita dalla meccanizzazione agricola e dal massiccio incremento dei concimi chimici e degli antiparassitari, che ha causato l’espulsione dalle campagne di milioni di lavoratori/lavoratrici e il loro conseguente transito verso occupazioni non agricole sia in Italia sia verso l’estero.

Tale tendenza, che libera importanti contingenti di manodopera da impiegare nei settori industriale e dei servizi, alimenta il trend di crescita e sviluppo che va sotto il nome di boom economico, scortato da fenomeni quali le migrazioni interne campagna-città e sud-nord, la figura dell’operaio-massa, l’abbandono delle campagne e delle montagne, con i tanti problemi ad essi associati.

La riduzione strutturale dei lavoratori agricoli e le riforme fondiarie del secondo dopoguerra hanno modificato il panorama agricolo italiano, realizzando il ridimensionamento del latifondo, la distribuzione della terra ai contadini poveri e incrementando il numero delle piccole imprese. Senza entrare nelle questioni tecniche e sociali relative a tali importanti provvedimenti legislativi, rileviamo soltanto che essi produssero, tra gli altri, almeno due effetti rilevanti sul ruolo delle donne in agricoltura: il ridimensionamento della figura del bracciante e la diffusione della piccola impresa.

Nello stesso periodo, l’occupazione femminile in agricoltura, pur nel trend negativo che registra la riduzione del numero degli occupati (uomini e donne) fino a raggiungere 1,3 milioni nel 2011 (di cui 442 mila donne) e meno di un milione nel 2019 (di cui 235 mila donne), l’occupazione femminile tende ad aumentare in termini relativi rispetto a quella maschile. 
Se nel 1951 le donne rurali coprivano il 24,6% del fabbisogno lavorativo agricolo contro il 75,4% dei maschi, nei decenni successivi l’apporto femminile aumenta fino al 36,1% del 1991 per poi invertire la rotta attestandosi al 25,8% del 2019, come lascito della crisi economica che attanaglia il Paese da oltre un decennio.

Le cause del citato andamento sono da individuare nelle tendenze di lungo periodo dell’economia nazionale che a partire dal secondo dopoguerra ha registrato una forte accelerazione dei ritmi produttivi (incremento del pil, aumento dell’occupazione nei settori industriale e dei servizi) e la sostituzione di braccianti con macchine agricole. La manodopera femminile totale ha risentito meno di tale tendenza in quanto poco o per niente impegnata nelle attività più professionali quali l’aratura, la semina, la bacchiatura delle olive, la mietitura ridimensionate dai processi di meccanizzazione.

Per effetto dei rivolgimenti sociali ed economici sopra accennati, si è manifestata la tendenza alla qualificazione del lavoro femminile in precedenza relegato nelle funzioni di accudimento familiare e delle pratiche agricole sussidiarie e integrative. Ci riferiamo soprattutto al fatto che molte famiglie contadine, a causa delle ridotte dimensioni aziendali che non garantivano sufficienti redditi, sono state costrette a rinunciare al lavoro e alla direzione dei capifamiglia, attratti dalla fabbrica (al nord) e dall’emigrazione (al sud), inaugurando una nuova stagione in cui le donne si trovarono nella necessità di assumere le funzioni imprenditoriali e di direzione precedentemente svolte dagli uomini. 
Nel complesso, pur nel panorama di tendenziale riduzione del numero di imprese agricole, il dato delle donne imprenditrici risulta crescente, in termini percentuali, rispetto a quello degli uomini che registra un andamento decrescente. Il fenomeno (dati del Censimento dell’agricoltura 2012) risulta più marcato al Sud (35%), al Centro (32%) e nelle isole (29%), contro il 26% del Nord-ovest e il 23% del Nord-est.

La tendenza, in atto nel trentennio 1951-1981, tenderà a consolidarsi e a qualificarsi a partire dagli anni Ottanta come riflesso di tendenze culturali (sensibilità ecologista, riscoperta della campagna e della natura, la dinamica dei consumi alimentari) e socio-economiche (rallentamento del processo di urbanizzazione, trasferimento di imprese di piccole dimensioni nei centri rurali) di cui saprà beneficiare soprattutto l’impresa agricola guidata da donne, più aperte e disponibili a sperimentare, a modificare le rigide strutture produttive preesistenti e a diversificare l’offerta. Esse sono interessate non solo alla produzione ma anche alla trasformazione dei prodotti, oltre a qualificare l’attività primaria con attività innovative o complementari come l’agriturismo, le fattorie didattiche, l’agricoltura sociale e la diretta collocazione dei prodotti freschi o conservati, bypassando l’intermediazione tradizionale per il tramite della vendita on line e nei mercatini a km. zero o istituendo rapporti organici con la piccola distribuzione organizzata: i GAS (Gruppi d’Acquisto Solidale), i GAC (Gruppi d’Acquisto Collettivo), strutture di mercato innovative nelle quali le conduttrici di imprese al femminile valorizzano le spiccate doti relazione del genere. Né va dimenticata l’attenzione alla produzione biologica, frutto dell’accresciuta sensibilità ecologica attenta ai negativi effetti sistemici dell’agricoltura tradizionale col suo carico di pesticidi, diserbanti, concimi chimici ed altri presidi sintetici.

Nel corso degli anni novanta e in seguito, le politiche di supporto all’agricoltura (nazionali ed europee) contribuiscono con incentivi e agevolazioni a stimolare l’imprenditoria agricola femminile.

Vanno menzionate, tra le altre: la legge 215/92 che prevede facilitazione per l’avvio o il consolidamento di imprese condotte da donne; il DM 13 ottobre 1997  istitutivo dell’Osservatorio nazionale per l’imprenditoria e il lavoro femminile in agricoltura; mentre nell’ambito dell’Unione Europea un significativo impulso legislativo è stato avviato dal Consiglio Europeo “Agricoltura” del 27 maggio 2002 e dal documento del 2003 “Donne delle regioni rurali” del Parlamento Europeo concretizzatosi, all’interno della riforma della politica di sviluppo rurale del 2005, con il varo dell’art. 8 del Reg. (CE) 1698/2005 che afferma la necessità di eliminare le diseguaglianze di genere e di promuovere le pari opportunità in tutte le fasi di tale politica.

© Paolo Saglia

La tabella 3 riassume i dati sull’istruzione dei lavoratori agricoli in alcuni paesi U.E. Il divario esistente tra l’Italia e la Germania o la Francia, evidenzia anche uno dei problemi dell’agricoltura italiana che, unito a quello dell’età piuttosto avanzata di molti capi azienda (anche donne), dichiara la sostanziale arretratezza del comparto.

In Italia il livello di istruzione dei lavoratori agricoli risulta, senza significative differenze di sesso, molto basso; il livello più alto (laurea) riguarda solo l’1,7% degli uomini e il 4,1% delle donne. Quest’ultimo dato viaggia negli ultimi anni intorno al 5%, registrando valori di crescita di un certo rilievo.
Ciò conferma quanto sostenuto in precedenza circa il maggior dinamismo delle imprese guidate da donne rispetto a quelle dirette da uomini, ma evidenzia anche il preoccupante gap che ci distanzia dai Paesi più avanzati nei confronti dei quali scontiamo un pesante deficit di innovazione e di produttività. Contribuisce a sostenere tale situazione anche la dimensione, tendenzialmente ridotta, delle nostre imprese agricole. A tale proposito va segnalato che il livello di scolarizzazione aumenta al crescere della dimensione dell’azienda.
Il basso livello di istruzione degli addetti spiega un’ulteriore condizione dell’occupazione femminile agricola, impiegata prevalentemente come bracciante stagionale e in piccola percentuale come dipendente a tempo pieno. Il perdurare nel tempo di tale condizione ha contribuito a mantenere alta la percentuale di manodopera femminile pur nel quadro generale di sensibile riduzione del numero di addetti.
Va rilevato che nell’ultimo decennio il trend ha registrato un’inversione di tendenza nonostante la massiccia immissione di manodopera straniera sia maschile che femminile.

Dall’analisi fin qui svolta emergono in termini sufficientemente chiari le criticità dell’agricoltura italiana e della presenza femminile al suo interno. 

Riassumendo…
La prima, forse la più problematica, riguarda l’invecchiamento della popolazione agricola e il conseguente ricambio generazionale. Qualche passo in avanti è stato fatto con gli interventi sull’imprenditoria giovanile e femminile, ma resta ancora molto da fare. Gli ostacoli che impediscono il cambiamento di passo sono di tipo culturale (la considerazione del lavoro agricolo) e di tipo reddituale.

È necessario (secondo aspetto critico) aumentare la redditività dell’impresa agricola e il reddito degli addetti, sapendo che per realizzare tale obiettivo è necessario favorire preliminarmente: 

  • l’ampliamento delle dimensioni dell’impresa agricola e quindi una riorganizzazione della struttura imprenditoriale delle imprese; 
  • l’offerta di servizi tecnici e di aggiornamento professionale da parte di imprese specializzate e/o di reti d’imprese capaci di gestire le necessità degli associati anche mettendo in comune i mezzi di produzione moderni, costosi e necessari per elevare la qualità tecnica delle imprese: un compito titanico e non di breve momento.

Dal punto di vista specifico delle donne impegnate nell’impresa agricola vanno rilevati tre problemi

  • la necessità di interventi indirizzati a conciliare produzione e riproduzione – cioè attività lavorativa, procreazione e cura dei figli. Ciò richiede, oltre alla necessaria condivisione delle incombenze tra i genitori, la diffusione di servizi alle persone (asili, trasporti pubblici efficienti, ecc.) finalizzati alla cura e all’assistenza per liberare il tempo dedicato a tali incombenze; 
  • il superamento del gap salariale tra uomini e donne a parità di lavoro, pratica che persiste nonostante la presenza di leggi e di sanzioni ad hoc. A tale riguardo potrebbe risultare utile l’introduzione di una certificazione etica (una sorta di bollino distintivo) da rilasciare alle imprese che praticano l’uguaglianza nelle retribuzioni, nelle carriere e nel management e garantiscono la parità di genere mediante la misurazione di specifici obiettivi. Uno strumento dello stesso tipo potrebbe essere rilasciato alle imprese che stipulano contratti regolari e pagano le retribuzioni previste dai contratti collettivi di lavoro, contrastando in questo modo il lavoro nero e grigio che continua a penalizzare il lavoro delle donne e degli immigrati; 
  • ultimo, ma non in ordine d’importanza, il gravoso e annoso problema del ricatto sessuale che incombe sulle donne, in specie quel segmento meno istruito e più esposto alla concorrenza residente nei territori gravati dal peso della disoccupazione cronica e della presenza di mafie e caporali che ne traccheggiano il salario e la dignità.

Queste sono le frontiere sulle quali devono sperimentarsi l’impegno e l’intelligenza collettiva per schierare il Paese sulla linea avanzata dei diritti e delle libertà per tutti. Sappiamo che non sarà facile, che continueranno ad essere molti e ardui gli ostacoli frapposti sulla strada del progresso, ma sappiamo anche che siamo obbligati a percorrerla.

Antonio ELIA

Ex Docente di Economia

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