29 Aprile 2021 / Lavoro

Articolo 1 della Costituzione Italiana: l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro.

I lavoratori hanno iniziato a organizzarsi nei paesi in cui si era sviluppata la rivoluzione industriale e il 1° maggio è diventata la data simbolica delle proteste di tutti i lavoratori per affermare il diritto a una vita dignitosa.
Il 1° maggio si celebra la festa dei lavoratori: una data simbolica, carica di significati, di dolore e di speranze. Fu istituita dal Congresso dell’Associazione internazionale dei lavoratori (AIL) – la Seconda Internazionale – riunito a Parigi nel luglio 1889, come giornata di protesta di tutti i lavoratori per affermare il diritto a una vita dignitosa, affrancata dallo sfruttamento e dall’alienazione.

La scelta era caduta su quella data perché ricordava l’eccidio dei lavoratori di Chicago che il 1° maggio 1886 erano scesi in sciopero per rivendicare la giornata lavorativa di otto ore proposta già nel 1866 dal Congresso della Prima Internazionale riunito a Ginevra.
Alla protesta negli USA avevano aderito oltre 400.000 operai in rappresentanza di 12.000 fabbriche. Nella sola Chicago avevano scioperato e partecipato al corteo in 80.000.
In Italia la festa del 1° maggio fu introdotta nel 1891.
In realtà le rivendicazioni dei lavoratori erano iniziate qualche decennio prima e risale addirittura al 1833 la nascita dei primi sindacati: le Trade Unions inglesi nel 1833.
Fu quasi naturale e inevitabile che i lavoratori cominciassero a organizzarsi dove si era sviluppata la rivoluzione industriale e grandi masse di salariati si concentravano nei sobborghi delle città industriali come Manchester e Liverpool o Chicago e New Haven; meno probabile che ciò accadesse nei Paesi prevalentemente agricoli, come l’Italia.

Eppure i primi movimenti organizzati dei lavoratori salariati italiani furono espressione del mondo agricolo che negli ultimi decenni dell’Ottocento contava un numero di addetti all’agricoltura superiore al 60% della popolazione attiva e di questi più di 1/3 erano braccianti. Nello stesso periodo tutti gli addetti all’industria (impiegati, operai, dirigenti e imprenditori) raggiungevano a stento il 15% della popolazione attiva.
Oggi la percentuale degli addetti all’agricoltura è inferiore al 5%.

Nel 1882 nelle campagne mantovane e cremonesi si era costituito il primo movimento di massa; ma era stato l’insieme del mondo contadino a organizzarsi, specialmente nelle zone di diffusione del latifondo: come in Toscana, Emilia, Calabria, Puglia e infine in Sicilia dove nel 1891 si era affermata l’esperienza dei fasci siciliani d’ispirazione democratica e socialista (niente a che fare con i tristemente noti fasci di combattimento, il movimento politico fondato da Mussolini nel 1923).
Quei primi movimenti aprirono la strada a importanti conquiste: nel 1906 le mondine del vercellese ottennero, per prime in Europa, il riconoscimento delle otto ore lavorative; e finalmente, quasi 50 anni dopo, il movimento contadino meridionale nel 1950, con l’approvazione della “Legge Sila”, il primo passo della riforma agraria e il riconoscimento del diritto alla terra per i contadini poveri.

© Dlanor S _ Unsplash

La festa del 1° maggio continua a essere attuale perché ancora in molte parti del mondo e in alcuni settori i diritti dei lavoratori sono ancora messi in discussione.

Se la festa del 1° maggio nasce e si diffonde rapidamente per evidenti motivi di riscatto sociale, la sua simbolica funzione continua ad essere ancora viva e attuale, non solo per motivi celebrativi e di monito, ma per la semplice evidenza che in molte parti del terzo mondo e in alcune realtà economiche di quello sviluppato i diritti dei lavoratori sono ancora messi in discussione o disconosciuti.

Oggi, però, e per fortuna, non è più il tempo tragico degli albori del movimento dei lavoratori e dell’ottusa resistenza del padronato. Nei 135 anni che ci separano dalla tragedia di Chicago, per affrontare e risolvere i conflitti di lavoro sono stati elaborati strumenti più civili della brutale repressione poliziesca degli albori. I rapporti di lavoro sono oggi regolati dalla contrattazione collettiva e producono accordi validi erga omnes.

Ma c’è di più: ci sono esperienze di cogestione (qualunque sia l’opinione che si può avere sulla sua reale efficacia) che prevedono la partecipazione diretta dei rappresentanti dei lavoratori nei consigli di amministrazione delle imprese; ed è finalmente matura (ma ancora poco praticata, in verità) un’idea innovativa d’impresa: l’Impresa responsabile.

 Impresa responsabile è quella che assume su di sé l’impegno solenne di rispettare, oltre agli obblighi di legge, i diritti e il benessere dei propri dipendenti ed anche di altri portatori di interessi (stakeholder) esterni ad essa: consumatori, ambiente, collettività accogliente. Non si creda che la responsabilità sociale d’impresa (Rsi) comporti solo oneri e aggravio di costi. Studi effettuati a partire dagli anni ‘90 del secolo scorso ne hanno evidenziato anche i benefici che si ritengono maggiori dei primi e capaci di assicurare pace sociale, benessere, un ambiente meno stressato e in pericolo. In tempi così precari come quelli che viviamo non è cosa da poco.

 

Antonio ELIA
Ex Docente di Economia

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