10 Maggio 2021 / Lavoro

Lavoro equo e regolare: piccoli passi di consapevolezza

In Italia sono più di 2 milioni e mezzo i lavoratori stranieri regolari ma per ognuno di questi l’irregolarità è una variabile con cui fare i conti quotidianamente, un fantasma di rischio sempre dietro l’angolo.
Lavoro e situazione burocratico / legale, condizioni di precarietà, isolamento sociale e vulnerabilità sono strettamente connessi allo status stesso del migrante. Uno status che include anche un bagaglio di aspettative e di mandati familiari e sociali che lo straniero porta con sé nel processo migratorio e che pesano sulla necessità impellente di lavorare per inviare rimesse alla famiglia.

© La Rivista Il Mulino

Queste condizioni diventano spesso un ricatto per molti lavoratori stranieri che, per restare nel nostro paese e mantenere una condizione di regolarità, si trovano costretti ad accettare ingaggi a qualunque condizione e condizioni di vita non dignitose. A causa del lavoro irregolare e stagionale, molti stranieri si ritrovano a viaggiare per la nostra penisola seguendo la stagionalità delle raccolte, a vivere in veri e propri ghetti, ad abitare spazi marginali e isolati con poche possibilità di inclusione sociale e miglioramento delle condizioni di vita. Tra i lavoratori, inoltre, manca talvolta una conoscenza dei propri diritti e vi è spesso difficoltà di comprensione nella lettura dei contratti e delle buste paga. Non di meno devono essere considerate le cornici di riferimento culturali che significano in modo differente i fenomeni e alcune pratiche legate alla ricerca lavoro.

Anche a causa di tutti questi elementi, la sindacalizzazione dei braccianti agricoli da parte dei sindacati è spesso difficoltosa: i lavoratori sono difficili da raggiungere, da agganciare, hanno paura; la possibilità di emersione dei fenomeni di sfruttamento è relativamente poca per una difficoltà di collaborazione con le associazioni datoriali. La posizione di molti lavoratori è di facile ricattabilità: denunciare fenomeni di sfruttamento o anche solo richiedere condizioni più regolari può comportare la perdita del lavoro e difficoltà a trovarne un altro in altre aziende della stessa zona. E, per la maggior parte di questi lavoratori, restare senza lavoro significa perdere i documenti e, di conseguenza, diventare irregolari sul territorio italiano e veder terminare il proprio percorso migratorio.

Dall’altra parte del campo ci sono le aziende agricole. Alcune di queste ricorrono consapevolmente alla manodopera in maniera irregolare e molti imprenditori agricoli sfruttano le condizioni dei lavoratori a proprio vantaggio per un arricchimento iniquo.
Altre, come alcune aziende che Humus Job ha incontrato sulla sua strada in questi anni, da nord a sud del paese, si ritrovano nella zona grigia del lavoro non per malafede bensì a causa di una reale insostenibilità economica dell’azienda stessa che porta a tagliare sui costi della manodopera. Costi giusti e rispettosi della dignità del lavoratore ma che, in alcuni casi, sono poco sostenibili per l’azienda.
I prezzi imposti dal mercato e pratiche sleali, come le aste elettroniche inverse (o al doppio ribasso) o quelle del sottocosto sui prodotti alimentari freschi e deperibili, sono meccanismi che strozzano tutta la filiera, a partire dai produttori, soprattutto medio-piccoli. Questo meccanismo perverso porta a tagli sui costi di manodopera, ritenuti paradossalmente quelli più facilmente sacrificabili, e crea così le precondizioni perché si verifichino fenomeni di sfruttamento e caporalato.
Grazie al lavoro sui territori e al costante dialogo con le aziende agricole, Humus Job ha rilevato in questi due anni di lavoro, alcune criticità, alcune contraddizioni interne al sistema produttivo: per molte aziende risulta difficile reperire manodopera formata e affidabile perché mancano garanzie sui lavoratori e canali formalizzati e quelli esistenti sono spesso ai limiti della legalità; le differenze linguistiche e culturali vengono esperite dall’azienda come ostacolo, come difficoltà, come problema; la burocrazia per l’attivazione e la gestione dei contratti è dispersiva e richiede un investimento ingente di tempo da parte delle aziende, in periodi spesso molto frenetici per loro, come quelli della raccolta.
Per alcuni imprenditori agricoli, le conseguenze di queste prassi sono chiare e consapevolmente si voltano dall’altra parte: ciò che succede al lavoratore non interessa all’imprenditore perché il business è business e il mercato ha la priorità, costi quel che costi. Per altri, invece, manca la conoscenza ed è dunque importante informare sulle conseguenze che possono ricadere sui lavoratori e su quelle a cui va incontro l’imprenditore agricolo stesso.

Dal novembre 2016 in Italia è stata introdotta una norma che introduce il reato di “intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro” (Legge sul Caporalato n. 199 del 4 novembre 2016) che stigmatizza diffuse pratiche di oppressione, spesso socialmente accettate o non riconosciute come tali.
La Legge sul Caporalato ha sicuramente posto le basi legislative per definire i confini di ciò che è lecito o meno e quali sono i segnali per riconoscere fenomeni di sfruttamento e caporalato. Ma i confini, nella realtà, sono spesso molto più labili e difficili da riconoscere.
E spesso sono i lavoratori e gli imprenditori agricoli stessi a non riconoscere questi fenomeni – lavoro grigio, lavoro nero e caporalato. I primi perché in condizione di bisogno, le seconde – quelle in buona fede – perché strozzate dalle pressioni del mercato e della sostenibilità economica.

Il lavoro non ha contratto? O il contratto è a nome di un’altra persona? Non vengono fornite le busta paga? Vengono segnate meno ore di quelle realmente lavorate? Questo impedisce di accedere alla disoccupazione agricola? Una parte delle ora lavorate viene pagata in nero, in contanti? Cosa significa accedere alla disoccupazione? Il lavoro occupa  tutti i giorni della settimana? Dal mattino alla sera, senza pause? Non c’è alcuna assistenza in caso di infortunio sul lavoro o viene chiesto di mentire? Non ci sono periodi di riposo? Qualcuno controlla e minaccia o prende soldi per permettere alla persona di lavorare?

Quante volte, un imprenditore agricolo affida il coordinamento delle proprie squadre di manodopera al lavoratore che si dimostra più intraprendente, più “sveglio”, quello che magari ha già lavorato nell’azienda? Quante volte, per un’impresa agricola, è sembrare più agevole e funzionale affidarsi a qualcuno per cercare la manodopera magari delegandone anche l’assunzione?
Queste sono solo alcune delle domande che ciascun lavoratore e ciascun imprenditore agricole dovrebbe porsi: per valutare se si trova o meno in una condizione di sfruttamento, il primo; per capire se sta mettendo in atto rapporti di lavoro irregolari e/o vero e proprio sfruttamento e riflettere sulle conseguenze sociali e umane per i lavoratori ma anche per le aziende, a rischio di sanzioni molto elevate e condanne penali.

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