2 Aprile 2021 / Lavoro

Lo sfruttamento a colori, dal lavoro nero al lavoro grigio

Secondo alcune recenti stime 1, all’interno del settore agricolo italiano vi sarebbero almeno 220.000 rapporti di lavoro irregolari, che si traducono in un tasso di irregolarità pari al 23,8%.
Quando si parla di “lavoro irregolare” si fa riferimento a tutti i rapporti lavorativi che si svolgono in modo non conforme alle previsioni di legge, rientrandovi tanto quelli privi di qualsiasi contratto (“lavoro nero” o “sommerso”) quanto quelli che si svolgono sulla base di un contratto il cui contenuto non corrisponde alle effettive modalità di svolgimento della prestazione lavorativa (“lavoro grigio”).

Il lavoro irregolare, infatti, può essere veicolo di varie forme di sfruttamento in agricoltura: dall’evasione contributiva alla tratta di persone e caporalato, che costituiscono autentiche pratiche criminali.

© ilgiornaledelcibo.it

La forma più nota di lavoro irregolare è il lavoro nero. L’assenza di un contratto, e la conseguente mancata comunicazione all’INPS dell’esistenza del rapporto lavorativo, consente al datore di lavoro di sottrarsi a qualsiasi forma di controllo di natura fiscale, previdenziale e ispettiva. 

L’“invisibilità giuridica” del rapporto di lavoro, infatti, permette all’imprenditore di violare la normativa previdenziale e giuslavoristica a tutela del lavoratore (orario, retribuzione, versamento dei contributi, igiene e sicurezza) e di assumere lavoratori altrettanto “invisibili”, ossia migranti privi di valido titolo di soggiorno. Da ciò deriva che spesso il lavoro nero coincida con le forme di sfruttamento più gravi – come è nel caso del caporalato – che si traducono nell’imposizione di condizioni di lavoro insalubri e degradanti, a danno di lavoratori che si trovano in una condizione di particolare vulnerabilità. In tale stato non versano solo i cittadini stranieri “invisibili” ma anche molti cittadini europei e italiani, indotti dalla precarietà economica e sociale ad accettare condizioni lavorative disumane.

Neppure la presenza di un contratto costituisce una condizione di per sé sufficiente a tutelare il lavoratore da forme di sfruttamento all’interno del rapporto di lavoro. Infatti, sono molti gli espedienti messi in atto dai datori di lavoro per eludere quanto stabilito nel contratto di lavoro. Si pensi alla registrazione delle giornate lavorative (la Dichiarazione di manodopera agricola) in quantità inferiore rispetto a quelle effettivamente svolte dal bracciante. Le giornate non dichiarate all’INPS (se pagate dal datore) sono corrisposte “fuori busta”, solitamente a cottimo (cioè in base alla quantità di frutta o verdura raccolta) anziché sulla base delle ore svolte. Con questo sistema l’imprenditore ottiene un doppio risparmio sia sul versante degli oneri previdenziali e fiscali, sia su quello della retribuzione del lavoratore.

Nell’ambito del lavoro grigio rientra anche il fenomeno dei “falsi braccianti”, che consiste nell’attribuzione, dietro pagamento, a lavoratori agricoli fittizi di giornate di lavoro svolte da altri braccianti. In questo modo, i primi possono usufruire delle misure di previdenza sociale, quali la disoccupazione agricola, gli assegni familiari e perfino la pensione agricola, pur non avendo mai effettivamente lavorato nel settore.
Secondo i dati raccolti dalla Rete Rurale Nazionale e dal Mipaaf, nel Rapporto Migrazioni, agricoltura e ruralità. Politiche e percorsi per lo sviluppo dei territori, tra il 2015 e il 2017 l’Inps ha scoperto 92.780 lavoratori fittizi, per un danno all’erario di centinaia di milioni di euro 2.

L’emersione di queste nuove forme contrattuali si colloca nel contesto di una più ampia e progressiva deregolamentazione del mercato del lavoro italiano, che ha preso avvio a partire dalla fine degli anni Novanta. Rimodulate in maniera più conveniente per il datore di lavoro, queste nuove forme contrattuali consentono di risparmiare sul versamento degli oneri retributivi e contributivi, essendo spesso utilizzate per celare rapporti lavorativi di tipo subordinato. La discrepanza tra prestazione svolta in concreto e quella descritta nel contratto favorisce l’ampliamento della “zona grigia” dell’occupazione e la diffusione di irregolarità, tra cui il superamento del monte ore stabilito nel contratto e l’inquadramento in mansioni non corrispondenti alle prestazioni effettivamente svolte, con le correlate pratiche sotto-retributive. 

Talvolta le irregolarità non si limitano alla violazione della normativa previdenziale e giuslavoristica, ma possono sfociare in gravi forme di sfruttamento. È il caso del fenomeno delle finte cooperative sociali, che consiste nell’utilizzo della struttura societaria cooperativa per dissimulare un reclutamento di manodopera. In altre parole, i lavoratori sono costretti a registrarsi come soci piuttosto che essere assunti come dipendenti, e le loro prestazioni sono somministrate a committenti conniventi, all’interno di catene di appalto o subappalto.
Tale modalità di reclutamento e impiego della manodopera, anche noto come “caporalato grigio”, consente un cospicuo risparmio sul versamento degli oneri previdenziali e un significativo sgravio di responsabilità nell’esercizio dell’attività d’impresa.

In sostanza, anche il lavoro grigio può essere veicolo di sfruttamento del lavoro tanto quanto il lavoro nero e, talvolta, può assumere tratti più insidiosi rispetto a quest’ultimo, in quanto coperto da una parvenza di legalità fornita dalla presenza stessa del contratto di lavoro. 

© Ansa

Tra i meccanismi che alimentano l’irregolarità dei rapporti di lavoro vi è l’attuale struttura della filiera agroalimentare, che determina un asservimento dei produttori alla grande distribuzione organizzata (GDO). Le società della GDO, infatti, sono in grado di esercitare un forte potere contrattuale nel rapporto con i fornitori (c.d. buyer power), che si traduce nell’imposizione ai produttori di un prezzo di vendita del prodotto molto basso, nella maggior parte dei casi insufficiente a coprire il costo dei fattori della produzione, quindi a garantire utili al produttore (si pensi al meccanismo delle aste a doppio ribasso, che consiste in gare di appalto online che si svolgono in tempi brevi, con due trance di ribasso del prezzo). 

Da ciò consegue che il rispetto della normativa in materia di diritto del lavoro e della previdenza sia visto da molti imprenditori agricoli come un “lusso” che non si possono permettere. 

Per superare questo cortocircuito, sarebbe necessaria una riorganizzazione dell’intera filiera agroalimentare, con l’inserimento di correttivi volti a restituire al produttore il potere contrattuale sul prezzo di vendita e/o a favorire lo sviluppo di una filiera “corta”, ossia la vendita diretta del prodotto al consumatore. Quest’ultima, infatti, consente di diminuire il numero degli intermediari che operano all’interno della catena di distribuzione e che guadagnano dal prezzo di vendita finale del bene. La loro riduzione comporterebbe, quindi, l’aumento dei ricavi per il produttore, ossia una maggiore remunerazione dei fattori di produzione che dovrebbe comprendere anche la retribuzione dei lavoratori.
Una filiera più equa e trasparente, dunque, potrebbe contribuire a tutelare la manodopera da molte forme di sfruttamento, evitando che siano i lavoratori, ultimo anello della catena produttiva, a pagare il prezzo più alto della “politica del basso costo”.

Com’è evidente, all’interno del rapporto lavorativo possono realizzarsi irregolarità di diversa natura e gravità, tutte finalizzate alla compressione del costo della manodopera, nonché alla massimizzazione del profitto dell’impresa. Paradossalmente, le politiche attuali che regolano il mercato del lavoro tendono a “normalizzare” il ricorso al lavoro irregolare, specie per alcune categorie di lavoratori, quali quelli di origine straniera. Quest’ultimi sono più esposti al rischio di sfruttamento a causa della loro debolezza giuridica e sociale, che li rende sostanzialmente privi di qualsiasi potere contrattuale e/o sindacale all’interno del rapporto di lavoro, quindi, a tutti gli effetti “assoggettati” al proprio datore di lavoro.

Il recupero della centralità del ruolo del lavoro e del rispetto dei diritti dei lavoratori nelle attuali politiche economiche e sociali costituisce un passo fondamentale nella lotta allo sfruttamento, in tutte le sue “sfumature”, affinché l’unico “colore” con cui tingere il lavoro sia quello della dignità.

Elisa GONNELLI

Dottoranda di ricerca,
Università degli Studi di Firenze 

  • https://i2.res.24o.it/pdf2010/Editrice/ILSOLE24ORE/ILSOLE24ORE/Online/_Oggetti_Embedded/Documenti/2020/05/25/GRAFICO_PAG2.pdf
  • https://www.reterurale.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/21203

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