24 Maggio 2021 / Rete

“Chi fa da sé fa per tre” o “L’unione fa la forza” ?

«Non credere che i ricchi ti consentiranno di votare contro il loro benessere»
Lucy Parsons: Freedom, Equality & Solidarity – Writings & Speeches, 1878-1937

Affronto il tema accomodandomi sulle larghe spalle di un vero gigante della Scienza economica – Amartya SEN – vincitore del premio Nobel per l’Economia nel 1998 per i suoi studi sullo Stato sociale e sulle diseguaglianze.
«In realtà si può sostenere – dice Sen – che l’economia ha avuto due origini alquanto diverse, entrambe collegate alla politica, ma in modi alquanto diversi, interessati rispettivamente all’etica da una parte, e a quella che potrebbe essere chiamata ingegneria dall’altra. 1
Tracce dell’approccio “etico” si ritrovano già in Aristotele che nell’Etica Nicomachea riconduce le questioni economiche e della ricchezza ai fini umani e al bene della collettività. Sulla stessa lunghezza d’onda si collocano anche i primi economisti (da Adam Smith a Ricardo a Say), attenti a coniugare i principi dell’Economia politica, assurta oramai al rango di scienza, con il benessere della popolazione, con le necessità delle persone reali. 
L’approccio “ingegneristico”, al contrario, è interessato soprattutto ad affrontare e risolvere i problemi logistici: dove, come, quando produrre e commerciare; trascurando il perché e le domande su quale sia il “bene umano”, il “come bisogna vivere”, considerati come dati e non come obiettivi da perseguire.
« Si può sostenere – dice ancora Sen – che l’importanza dell’approccio etico, il primo a caratterizzare gli sviluppi della scienza economica, si sia andato indebolendo via via che l’economia moderna si è evoluta… [con] l’effetto di far ignorare una gamma di complesse considerazioni etiche che influenzano il comportamento umano»2 anche nello svolgimento delle attività economiche, e che per tale motivo «la natura dell’economia politica moderna abbia subito un sostanziale impoverimento a causa della distanza venutasi a creare tra l’economia e l’etica» 3.

© aboca.com

Vediamo, allora, quali sono i comportamenti umani significativi assunti come riferimento fondamentale dei due differenti approcci.
Secondo l’approccio ingegneristico, il movente fondamentale dell’azione umana è l’interesse personale ed egoistico, assistito da una sorta di naturale tendenza alla massimizzazione di esso e dal seguente corollario: se ognuno persegue razionalmente il proprio interesse e lo massimizza, si persegue anche l’interesse collettivo perché aumenta la ricchezza a disposizione dell’intera collettività e il benessere collettivo. Una teoria applicativa (seppure indiretta) di tale concetto è quella del “Trickle-down” o del gocciolamento dall’alto verso il basso, con la quale negli anni della cosiddetta reaganomics (azioni di politica economica adottate negli USA durante la presidenza di Ronald Reagan) si voleva giustificare la riduzione delle imposte sui ceti più abbienti in quanto le risorse così liberate e disponibili sarebbero state investite in attività produttive con conseguenti benefici sull’occupazione e sui redditi dei ceti medi e perfino di quelli marginali e disagiati.
L’homo oeconomicus teorizzato dalla teoria neoclassica (Gossen, Jevons, Menger, Walras, fino a Marshall e oltre), colui che calcola con assoluta consapevolezza vantaggi e svantaggi connessi a ogni operazione economica per massimizzarne l’utilità, è il prototipo dell’uomo d’affari e anche del singolo consumatore.
L’approccio etico ritiene, al contrario, che l’interesse individuale, pur essendo perseguito dai soggetti economici, non sia l’unico movente dell’azione umana. Su di esso prevalgono, in innumerevoli e differenti situazioni, comportamenti altruistici di vario genere influenzati dall’etica, dalla politica, dall’organizzazione sociale e dal ruolo in essa ricoperto, dai sentimenti umanitari, dall’ideologia, dalla religione, dal carattere, dall’educazione ricevuta ecc… Un elenco praticamente inesauribile, dettato dal luogo e dal tempo al quale volta a volta ci si voglia riferire. Si pensi, infatti, agli interessi famigliari, di gruppo, di associazione ecc… che esprimono la solidarietà interna al gruppo e ignorano la razionalità dell’homo oeconomicus superandola nel perseguimento di obiettivi e finalità ad essa sovraordinati.

Nonostante la sconfitta dell’approccio etico a fronte di quello ingegneristico vittorioso che ha prodotto il modello di sviluppo capitalistico oggi dominante e diffuso su scala globale, le pratiche operative suggerite dai due approcci teorici continuano a coesistere e ad informare di sé i sistemi economici, seppure con differenti livelli di incidenza.
Ne sono conseguiti due modelli d’impresa alternativi e differentemente caratterizzati: il modello competitivo e quello cooperativo; ambedue riconosciuti e tutelati dalla Costituzione e dalle leggi, ed ambedue regolamentati nell’esercizio per ridurre gli effetti negativi della gestione e promuoverne quelli positivi.
L’articolo 41 disciplina la libertà d’impresa ed afferma che: L’iniziativa economica privata è libera.  Tuttavia essa, per i motivi a cui accennerò più avanti: Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana.
Per rendere effettivi i limiti enunciati, nel terzo comma, dà mandato alla legge ordinaria di determinare i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.
Gli articoli 42 e 43 introducono, inoltre, un complesso di limiti all’iniziativa economica dei privati imponendo obblighi o riservandola allo Stato o ad altri soggetti.
L’articolo 45 riconosce e disciplina l’impresa cooperativa: La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità.
Infine l’articolo 46 Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende.

Il modello competitivo d’impresa s’ispira a quel principio di razionalità interna di cui parla Amartya Sen ed è preordinato a produrre il massimo profitto con il minimo impiego di risorse. Lo stimolo che sostiene il principio di razionalità è dato dalla concorrenza tra le imprese. Esse si confrontano sul mercato come in una competizione infinita ricorrendo a due tipi di strategia: l’innovazione e la riduzione dei prezzi.

© Paul Teysen _ Unsplash

Le innovazioni possono riguardare: l’organizzazione del processo produttivo – innovazioni di processo, cioè il modo in cui si produce – con l’impiego di macchinari più efficienti o con la razionalizzazione (migliore e più efficace organizzazione) delle fasi e dei tempi della produzione; la qualità o altre caratteristiche dei beni prodotti – innovazioni di prodotto, cioè beni e servizi migliori o del tutto nuovi.

Ambedue i tipi di innovazione producono effetti positivi sui bilanci in quanto riducono i costi per unità di prodotto (riduzione delle materie prime utilizzate, dei tempi di lavorazione) e conseguentemente assecondano la riduzione dei prezzi che, a cascata, incentiva l’incremento delle vendite e dei ricavi.
Di tali effetti beneficiano anche i consumatori e in qualche caso perfino l’ambiente, ma non è raro il caso in cui – specialmente nell’attuale economia globalizzata, e in particolare nei settori maturi le cui produzioni spesso sono delocalizzate – la riduzione dei prezzi sia effetto della riduzione della qualità dei beni o della compressione dei diritti e dei salari dei lavoratori.
Nel modello competitivo d’impresa si riscontra, in genere, una prevalenza (un dominio, si direbbe) del capitale sul lavoro ed una netta subordinazione di questo a quello. Ogni altro elemento del processo produttivo, alla stessa stregua del lavoro, è subordinato al risultato d’impresa (alla massimizzazione del profitto) con possibili (direi inevitabili) risvolti, non sempre positivi, su altri aspetti delle multiple relazioni istituite dall’impresa con il mondo esterno ad essa. Numerosi ne sono gli esempi, diventati vieppiù evidenti e corposi col passare del tempo e dell’impatto ambientale di un sistema produttivo fomentatore di un consumismo sfrenato e irrazionale.
Si pensi al conflitto tra capitale (intendendo per capitale, in questo caso, non i mezzi di produzione in senso tecnico, ma i loro proprietari: gli imprenditori, gli azionisti) e lavoro, il conflitto originario e ancora irrisolto che si manifesta nelle differenti valutazioni sui ritmi di lavoro, sulla sua pericolosità e gli strumenti per contrastarla, sull’entità del salario e dell’orario ecc. che ogni giorno contrappone i due soggetti in quanto portatori di interessi confliggenti.
Si pensi alla pressione esercitata dalle imprese sull’ambiente e sulle popolazioni quando scaricano rifiuti di vario genere inquinando aria, acqua e terreni agricoli.
Si pensi, ancora, ai conflitti originati dalle delocalizzazioni di imprese che impoveriscono interi territori e ne desertificano l’economia.

© Paolo Saglia

Il modello cooperativo d’impresa è interpretato prevalentemente dalle società cooperative. 
Alla base della cooperativa c’è la comune volontà dei suoi membri (i soci) di tutelare i propri interessi di consumatori, lavoratori, agricoltori, operatori culturali ecc., attraverso la gestione diretta delle attività economiche che realizzano quell’interesse.

Se il fine dell’impresa capitalistica è il profitto, cioè il guadagno dell’imprenditore o i dividendi distribuiti agli azionisti delle società per azioni, le cooperative perseguono un fine del tutto diverso: un fine mutualistico che consiste, a seconda del tipo di cooperativa, nell’assicurare ai soci il lavoro, o beni di consumo, o servizi, a condizioni migliori di quelle che otterrebbero dal mercato.
Capisaldi del sistema cooperativo, oltre al principio di mutualità, sono la solidarietà tra i soci, la democrazia della gestione e delle scelte, le limitazioni nella distribuzione dell’utile d’esercizio.
La solidarietà si esplica nel principio della porta aperta
(art. 2425 del codice civile) che consente a tutti i soggetti che possiedono i requisiti previsti dalla legge (per esempio: essere un bracciante agricolo se si tratta di una cooperativa di lavoro bracciantile; essere un coltivatore diretto che produce frutta nel caso di cooperativa di produzione frutticola ecc.) di diventare soci della cooperativa assumendone i relativi diritti e obblighi. Al principio della porta aperta si accompagna una seconda caratteristica: il capitale variabile (art. 2511 del c.c.) che aumenta o diminuisce in occasione dell’ingresso o dell’uscita dei soci senza modificare lo statuto sociale.
La democrazia societaria applica
, a differenza di quanto avviene nelle società capitalistiche, il voto capitario (una testa un voto) che non tiene conto dell’eventuale differente ammontare delle quote di capitale versate da ciascun socio. Ciò comporta la sostanziale uguaglianza di tutti i soci e la possibilità di decidere a maggioranza dei partecipanti. Nelle società capitalistiche il voto di ogni socio è proporzionale alla quota di capitale versato.
I limiti alla distribuzione dell’utile
(utile = differenza tra costi e ricavi) scaturisce dal principio mutualistico. Pertanto, gli utili netti conseguiti dalle cooperative devono essere innanzitutto destinati a riserva legale (per il 30%) e a fondi mutualistici per la promozione e lo sviluppo della cooperazione (per il 3%).
Gli utili residui, nel rispetto dell’articolo 2545-quinquies del codice civile, possono essere destinati, con delibera assembleare, a fondi di riserva volontari, remunerazione del capitale nei limiti previsti dallo Statuto, rivalutazione di quote e azioni e ristorni. Questi ultimi sono quote di utili distribuiti ai soci in proporzione al valore degli scambi mutualistici che i soci hanno intrattenuto con la nel corso dell’anno.
Quando, infine, la cooperativa si scioglie, il patrimonio che residua dopo il rimborso del capitale non può essere ripartito tra i soci, ma devoluto ai fondi mutualistici per la promozione e lo sviluppo della cooperazione.

Il modello cooperativo d’impresa, che qui ho declinato maggiormente attraverso le società cooperative, può assumere differenti forme, anche nel settore agricolo: cooperative di comunità, cooperative sociali, reti di impresa, comunità a sostegno dell’agricoltura, ecc…

La differenza sostanziale di questi modelli rispetto a quello competitivo, è l’emancipazione di questo tipo di imprese dalla logica egoistica del profitto perché, attraverso condivisione, collaborazione, cooperazione, si prospettano logiche economiche più consone agli ideali di un’economia partecipata, socialmente equa, potenzialmente attenta alle compatibilità ambientali e alla tutela dei diritti.

Antonio ELIA

Ex Docente di Economia

1SEN, Etica ed economia, Laterza, 1988, pag. 9.

2Ibidem, pag. 13.

3Ibidem, pag. 14.

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