15 Giugno 2021 / Rete

Le Comunità a Supporto dell’Agricoltura o CSA

Le CSA (Comunità a Supporto dell’Agricoltura o Community Supported Agriculture) sono nate diversi decenni fa, negli anni ’70, in Giappone, ma già pensate negli anni ’20 dal filosofo austriaco Rudolf Steiner, ed oggi largamente diffuse in tutto il mondo, in particolare negli Stati Uniti, in Germania, Francia e Regno Unito. Secondo la definizione data dalla rete internazionale Urgenci nell’incontro di Ostrava (Repubblica Ceca) nel 2016 “Le comunità a sostegno dell’agricoltura (CSA) sono partenariati diretti basati sulle relazioni tra più persone e uno o più produttori agricoli, che condividono i rischi, le responsabilità e i benefici dell’agricoltura, sottoscrivendo un accordo vincolante a lungo termine.” 

Nel 1919 Rudolf Steiner nella serie di conferenze pubblicate sotto il titolo: “I punti essenziali della questione sociale. Rispetto alle necessità della vita nel presente e nell’avvenire”, dichiarava: “seguendo esclusivamente prospettive economiche, si costituiranno delle associazioni nelle quali confluiscano consumatori, commercianti e produttori […] per determinare attraverso la regolamentazione dei prezzi dei corrispettivi adeguati alle prestazioni” 1.

La prima CSA identificata come tale, chiamata Teikey (relazione, collaborazione in giapponese) è stata istituita in Giappone nel 1975 per rifornire gli abitanti della città, inquinata, di cibo sicuro, su iniziativa dell’associazione per l’agricoltura biologica giapponese, fondata nel 1971. Jardins de Cocagne nel 1978 ha visto la luce in Svizzera, per poi portare ad ulteriori esperienze in USA dal 1986 e ulteriormente in Europa nel corso degli anni ´90. I principi fondamentali di Teikey erano la mutua assistenza, la produzione condivisa, l’accettazione del prodotto, la concessione mutuale nella decisione del prezzo, relazioni amichevoli, autodistribuzione, organizzazione democratica, apprendimento all’interno del gruppo, mantenimento di una dimensione del gruppo adeguata, uno sviluppo contenuto.

© Alessandra Piccoli _ Fattoria Wernerhoff (Germania)

A spingere verso la costituzione di CSA in tutto il mondo è il desiderio diffuso di un maggiore controllo sulla filiera del cibo sia da parte dei consumatori che dei produttori. I primi si muovono nel senso della sovranità alimentare, mentre i secondi sono alla ricerca di una maggiore sostenibilità economica e riconoscimento sociale del proprio lavoro. Creando una connessione tra queste due realtà, le CSA sono un’alternativa rilevante che consente di riportare il cibo, la produzione e la distribuzione di esso, su una scala locale attraverso reti basate sul valore del cibo che pongano in primo piano la capacità di autodeterminazione delle comunità.

Anche recenti lavori di ricerca evidenziano come nelle CSA i principi fondamentali sono legati alla collaborazione tra consumatori e produttori, alla solidarietà nell’assunzione di rischi imprenditoriali da parte dei consumatori, la vicinanza e prossimità nel sostenere l’economia locale, il supporto ad una agricoltura sostenibile e attenta alla biodiversità, la relazione diretta e personale tra consumatore e produttore. Da un punto di vista più operativo, quello che avviene in una CSA perché sia chiaramente identificabile come tale sono la condivisione del rischio imprenditoriale attraverso un prefinanziamento, un coinvolgimento e impegno all’acquisto di medio-lungo periodo, comunque non inferiore ad una stagione agricola, e il riconoscimento al contadino di una remunerazione equa.

Secondo una ricerca condotta dal comitato scientifico della rete Urgenci nel 2013, in quel momento in Europa erano coinvolti in esperienze di CSA circa 4.000 produttori e 400.000 consumatori. Chi si avvicina all’esperienza della CSA, secondo gli autori, è alla ricerca di un maggiore controllo diretto sulla filiera del proprio cibo, promuovendo allo stesso tempo un benessere sociale e ambientale

© Alessandra Piccoli _ Fattoria Wernerhoff (Germania)

Una forte enfasi è data alla comunità e alla dimensione di azione collettiva, che spesso ha un risvolto politico e di attivismo civile. Questo trova talvolta una manifestazione chiara nella così detta “asta” delle quote. Per la determinazione dell’ammontare che i partecipanti versano per ricevere la propria parte di raccolto, quasi tutte le CSA procedono nella stima dei costi, per poi ripartirli tra i partecipanti. In diverse realtà italiane questo non avviene in modo meramente matematico, ma si organizza un incontro tra tutti i partecipanti durante il quale ognuno è libero di offrire quello che ha la possibilità di mettere e che può essere di più o di meno della quota base stabilita in modo matematico dividendo il costo complessivo stimato della produzione per il numero dei partecipanti. L’asta si chiude quando si raggiunge la cifra complessiva necessaria individuata nel bilancio preventivo, per effetto della compensazione tra chi mette di più e chi mette di meno. In questo modo si può raggiungere una solidarietà tra i partecipanti che permette anche a persone con reddito medio basso di acquistare prodotti di qualità medio alta. 

Nelle reti locali del cibo, e nelle CSA in particolare, l’ideale della sovranità alimentare è solitamente molto presente e forte. Questo tema, tuttavia, rimane largamente esclusivo per fasce di popolazione con reddito e/o livello educativo alti. Nel volume “Food as a common”, Vivero-Pool e le coautrici e coautori hanno approfonditamente trattato questo aspetto, così come la necessità di garantire il diritto all’accesso del cibo autoprodotto secondo metodi tradizionali e rispettosi dell’ambiente. Hitchman, nel suo articolo del 2019 intitolato “How Community Supported Agriculture contributes to the realisation of Solidarity Economy in the SDGs”, mette in evidenza in modo chiaro come le CSA siano basate sul concetto di sovranità alimentare e come per raggiungere questo obiettivo non si possa prescindere da un modello di produzione agroecologico e, contemporaneamente, un cambiamento economico e sociale sistemico. Auriemma e gli altri coautori e coautrici, nel loro articolo del 2020 intitolato “CSA Veneto, Comunità che supporta l’agricoltura. In cammino verso l’autonomia alimentare”, sottolineano come “l’Economia sociale e solidale è alla base delle esperienze delle CSA, che hanno come obiettivo la costruzione di un sistema socio-economico che metta le persone, le loro comunità e il loro contesto ambientale al centro di tutti i processi. Un sistema il cui obiettivo è garantire la sostenibilità della vita in tutti i suoi aspetti e di promuovere un benessere equo, inclusivo, democratico e sostenibile per tutte le persone2.

© Alessandra Piccoli _ Fattoria Wernerhoff (Germania)

Un aspetto scomodo spesso poco considerato ma fortemente legato alle CSA è la tendenza all’autosfruttamento da parte degli agricoltori. Il meccanismo che pare innescarsi 3 è un senso di gratitudine tale negli agricoltori verso i consumatori da spingerli a fare tutto il possibile per soddisfare le attese, vere o presunte, in termini di quantitá e qualitá della produzione, arrivando ad orari di lavoro estenuanti e riducendo il proprio fabbisogno economico per ridurre la quota richiesta al minimo.

Sebbene infatti le CSA si pongano idealmente al di fuori del mercato e puntino a riconoscere ai contadini una remunerazione equa, la tendenza a utilizzare i prezzi dei prodotti nei canali convenzionali come punto di riferimento è comunque forte. Dalle ricerche in corso a livello nazionale questa tendenza all’autosfruttamento degli agricoltori non sembra assente in nessuna tipologia di CSA, con la prassi per i coltivatori di prestare una quota di lavoro volontario supplementare che va dal 10 al 50% di quello retribuito. 

Il modello della CSA si può declinare infatti in due macro-tipologie, con molte sotto-varianti. In sostanza a fare la differenza è la posizione di chi coltiva la terra nei confronti del gruppo di consumatori. La tipologia più largamente diffusa, soprattutto negli Stati Uniti, Canada e Gran Bretagna, vede aziende agricole indipendenti che si legano ad un gruppo più o meno organizzato e strutturato di consumatori con accordi più o meno rigidi di acquisto e condivisione del rischio imprenditoriale. Questa formula è molto vicina anche alle AMAP francesi e in Italia è di fatto adottata anche da alcuni GAS (Gruppi di Acquisto Solidali) che prendono molto sul serio la solidarietà verso i produttori. L’altra macro tipologia che si può individuare è quella delle cooperative costituite da consumatori e contadini nelle quali questi ultimi sono dipendenti salariati della cooperativa stessa. Qui l’impegno e l’iniziativa imprenditoriale è in capo completamente ai destinatari finali della produzione, con un impegno nella gestione e nell’organizzazione di tutte le fasi dell’attività. Si tratta di esperienze meno numerose, presenti in Italia e Germania in modo particolare, che forse esprimono meglio la dimensione comunitaria, ma che non sono così facili da mettere in campo. Ci sono naturalmente anche esperienze intermedie o nelle quali l’impegno dei partecipanti è molto forte, come nel caso delle CSA, nelle quali i consumatori si auto-raccolgono le verdure, riducendo il carico di lavoro del contadino in una fase che richiede una competenza minore rispetto ad altri momenti. 

Alcuni studi hanno poi messo in evidenza le debolezze di questo modello, tra cui il fatto che quando la guida rimane troppo saldamente nelle mani del produttore la dimensione comunitaria fa fatica a svilupparsi, i contadini spesso rimangono legati a logiche di produttività e trascurano altri bisogni dei partecipanti (da quelli sociali e relazionali a quelli ecologici ed etici). Il modello del mercato rimane poi latente dietro la CSA che non riesce realmente a distaccarsene e non genera quindi un passaggio a forme di economia associativa più spinte. Altro aspetto critico è il dipendere dal volontariato che espone le CSA al rischio di burned out dei soggetti più attivi e impegnati che di fatto reggono l’organizzazione. Non mancano poi quelli che criticano l’esperienza come una scelta romantica ma priva di concretezza e sostenibilità economica su vasta scala. 

© Alessandra Piccoli _ Fattoria Wernerhoff (Germania)

Certo i lati positivi sono altrettanto evidenziati, in particolare nel coinvolgimento diretto dei consumatori per sviluppare un modello che punta ad una efficienza non solo economica e gestionale, ma anche sociale dando una risposta a bisogni educativi di tipo pratico legati ad antichi saperi.

Più in generale, se gli agricoltori sono motivati dalla possibilità di avere entrate sicure e costanti, i consumatori che si avvicinano hanno spesso spinte molteplici che non si limitano al solo desiderio di cibo sano e locale. Questa certamente è una ragione iniziale molto forte e talora prevalente o esclusiva. Tuttavia, in molti casi fin dall’inizio o nel corso dell’esperienza sorge il desiderio di costruire legami personali più solidi, “camminare il discorso” della solidarietà sia verso gli agricoltori che gli altri partecipanti cercando occasioni di reciprocità e responsabilità verso le persone e l’ambiente. I consumatori che si avvicinano alla CSA sono generalmente appartenenti a due categorie: persone con un’educazione elevata ed una alta capacità di spesa che cercano il massimo della qualità oppure individui fortemente motivati nell’adozione di stili di vita eco-compatibili disposti a pagare in anticipo un prezzo elevato per prodotti locali e biologici.

Per concludere, le CSA sono forme di economia sociale e solidale che offrono reali opportunità di superare logiche capitaliste, imperialiste e inique verso le persone e il pianeta.

Il legame con le istanze di sovranità alimentare, autodeterminazione e giustizia sociale le rendono un laboratorio di innovazione e cambiamento per le comunità. Nelle loro molteplici formulazioni, possono rispondere a bisogni variegati di consum-attori e contadini, adattandosi a situazioni e contesti difformi. Tuttavia non vanno sottovalutate le difficoltà nella gestione di un modello che richiede un grande cambiamento nella prospettiva e, soprattutto, nelle abitudini di acquisto e consumo, uno “sforzo evolutivo” sia ai singoli che alle comunità. 

Alessandra PICCOLI

PhD, ricercatrice presso la Libera Università di Bolzano

1 Opera Omnia n.17, edizione italiana del 2017; pp. 15-16

2 Auriemma, “CSA Veneto, Comunità che supporta l’agricoltura. In cammino verso l’autonomia alimentare”, 2020, p. 225

3 Secondo alcuni studi tra cui ricordo quello di R. Galt del 2013, “The moral economy is a double-edged sword: explaining farmers’ earnings and self-exploitation in community-supported agriculture”

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