23 Aprile 2021 / Rete

Reti d’impresa agricole: strumenti per aumentare la sostenibilità.

Il contratto di rete, uno strumento che favorisce innovazione e aumento della competitività delle piccole e medie aziende. Perché e come sono nati e come sono regolati in Italia.
Il contratto di rete d’impresa, come ci spiega l’avvocato Riba, consulente legale di Humus Job, è uno strumento introdotto dal legislatore nel 2009 per dare una risposta concreta in una fase di crisi ed emergenza economica del nostro paese e offrire uno strumento alle piccole e medie imprese per accrescere la propria sostenibilità e competitività sul mercato.

Questa nuova figura contrattuale è’ stata declinata per il comparto agricolo solo nel 2014 con la legge n. 91 (il cosiddetto “decreto competitività”) per far fronte a caratteristiche strutturali delle imprese, come le piccole dimensioni, considerate di debolezza per il mercato. L’impiego del contratto di rete nel settore dell’agricoltura ha introdotto, da una  parte, la figura di un vero e proprio “contratto di rete agricolo”, dall’altro, interventi di  politica economica finalizzati a sostenere progetti di sviluppo in ambito locale e nazionale. 

Il tessuto industriale italiano è considerato debole in quanto frammentato in moltissime micro imprese che hanno dunque minori possibilità di investimento.
Il contratto di rete diventa dunque uno strumento che, favorendo l’aggregazione e la condivisione, permette di <<unire le forze per raggiungere obiettivi che da sole le piccole aziende non riuscirebbero a conseguire>> come afferma l’Avvocato Riba.

Nel tempo, il quadro normativo ha subito alcune modifiche e integrazioni (2009, 2010, 2012, 2014 e 2016 fino alle ultime precisazioni dell’Agenzia delle Entrate del 2017).
In generale, questo strumento introduce elementi di forte innovazione per le imprese, di tutti i settori, che attraverso il contratto di rete possono aggregarsi in modi diversi, con gradi differenti di flessibilità e autonomia giuridica per raggiungere obiettivi comuni di innovazione, commercializzazione, ottimizzazione e razionalizzazione dei costi, promozione delle produzioni, condivisione di mezzi e manodopera.

Grazie al contratto di rete ciascuna impresa, collaborando ma senza perdere la propria identità e autonomia decisionale, può migliorare la propria competitività.
L’istituto giuridico del contratto di rete mette a disposizione delle imprese almeno tre modelli contrattuali differenti che permettono di individuare lo schema di aggregazione più rispondente alle esigenze dei retisti.
La forma più snella e meno vincolante è quella del contratto di rete privo di fondo comune: le imprese contraenti collaborano per perseguire obiettivi comuni ma con assenza di corresponsabilità.
La seconda forma è quella della rete contratto, con un fondo e un organo decisionale comuni (destinato a  svolgere attività, anche commerciale, con i terzi) e caratterizzata da un regime di responsabilità condivisa ma limitata: un modello snello ma con grandi potenzialità, questa  tipologia di rete ha senso quando le imprese intendano condividere investimenti importanti o vogliano accedere a nuovi mercati, anche esteri, in forma aggregata o utilizzare un marchio comune.
L’ultima tipologia è quella della rete soggetto, ossia un modello con soggettività giuridica in cui l’aggregazione degli aderenti diventa un vero e proprio – e nuovo – operatore economico, distinto dagli aderenti stessi.

Il contratto di rete permette alle imprese di collaborare per la realizzare un programma  di attività e perseguire obiettivi strategici di crescita della capacità competitiva e innovativa delle imprese aderenti.
Il contratto di rete è una figura contrattuale che ha, ovviamente, dei vincoli: rispetto degli obblighi di  collaborazione, come definiti nel contratto, e partecipazione al “governo” della rete per efficientare il coordinamento; solo in alcuni casi, vi è anche un vincolo a contribuire finanziariamente allo scopo di realizzare il programma della rete.
Altri vincoli riguardano forma, pubblicità e registrazione ma oggi anche questi sono stati alleggeriti grazie all’uso della forma digitale piuttosto che al ricorso all’autenticazione ad opera di un notaio, necessario soltanto qualora la rete necessiti di un riconoscimento come soggetto giuridico (rete soggetto).

Il contratto di rete è dunque, semplificando, quel contratto con cui le imprese (minimo due) si impegnano a collaborare per la realizzazione di un programma  di attività (“programma di rete”) per perseguire obiettivi strategici di accrescimento della capacità competitiva e innovativa delle imprese aderenti.
Non è un consorzio benché abbia delle somiglianze e nemmeno una società pur richiamandone alcuni aspetti.
In sostanza, ci troviamo di fronte a un contratto vero e proprio, con una  struttura tendenzialmente aperta e snella, che consente alle imprese di collaborare in modo regolare mantenendo ciascuna la propria autonomia giuridica e definendo, insieme, dal basso, le regole che stabiliscono gli obiettivi, uno o più scopi comunit, i modi per raggiungerli e le regole della collaborazione.

© Omar Flores _ Unsplash

Dal report di Reti d’Impresa 1 emerge come, al 1° luglio 2020, siano 36.326 le imprese italiane impegnate in 6.211 contratti di rete. Tra le due tipologie di rete esistenti, la rete-contratto continua ad essere la più diffusa, con l’86% del totale nazionale. Le reti-soggetto rappresentano solo il 14% del totale. Si può presupporre che questo dato sia determinato dal fatto che la prima forma di rete d’impresa è più snella e lascia maggiore autonomia alle aziende aderenti.

Le reti segnano un tasso di crescita semestrale del 5,2%, con un leggero calo rispetto al 1° semestre dell’anno precedente, presumibilmente per gli effetti che il lockdown ha avuto sulle attività produttive.
Per quanto riguarda la distribuzione geografica, dal report emerge come il 38% delle imprese in rete siano collocate al Nord, il 37% al Centro e il 25% al Sud. Prevalgono reti che coinvolgono singoli territori piuttosto che aggregazioni che coinvolgono aziende di regioni/territori differenti.
Rispetto ai settori e ai macro-ambiti di attività emerge come, a livello aggregato, sia forte la presenza di imprese legate alla filiera agroalimentare (22%), seguita da commercio (15%), costruzioni (11%) e servizi turistici (10%).

Entrando nel dettaglio del settore di nostro interesse, ossia l’agricoltura, possiamo inquadrare il numero di reti di impresa in quello più generale e complesso.
In Italia (Istat, 2017), sono 1.600.000 le imprese che operano principalmente o come attività secondaria nel settore agricolo. La maggior parte delle aziende agricole è concentrata al Sud (46,9% del totale) mentre al Nord, il Veneto si attesta come regione con la concentrazione maggiore di imprese del settore agroalimentare.

Le imprese individuali rappresentano la percentuale maggiore (84,% del totale) e, anche laddove la conduzione delle aziende sia affidata a gruppi, quelli maggiormente rappresentati (71,4%) sono di piccole dimensioni. 407.000 sono le micro imprese presenti sul nostro territorio.
Le imprese italiane attive2 sono quasi 6 milioni e di queste il 92% è rappresentato da piccole e medie imprese.
Le imprese impegnate in contratti di rete
, sono 36.300 ossia lo 0,6% del totale. Sta aumentando la scelta delle imprese di mettersi in rete e collaborare ma la percentuale è ancora notevolmente bassa.
E nel settore agricolo le aziende in rete (quasi 8.000) rappresentano lo 0,5% del totale. Sono passati 10 anni dall’introduzione delle reti d’impresa e 4 dalla loro declinazione  in chiave agricola. L’agroalimentare è il settore economico maggiormente rappresentato ma anche in questo caso il numero di imprese e operatori coinvolti, rispetto al  potenziale, risulta decisamente marginale.
Eppure, i vantaggi e le possibilità che questa forma di collaborazione offre sono molteplici: a livello di produzione, la rete permette un ampliamento dell’offerta, un contenimento e ottimizzazione dei costi, una crescita della competitività derivante anche, a livello di organizzazione e gestione, dall’accesso a finanziamenti pubblici, ad agevolazioni fiscali, dalla condivisione di mezzi di produzione e trasformazione nonché di manodopera (il cosiddetto job sharing).

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