18 Ottobre 2021 / Humus Job

Lou Porti, una piccola azienda agricola polifunzionale di montagna

Lou Porti è una piccola azienda agricola che nasce circa 15 anni fa e continua a crescere grazie alle mille idee che animano la mente dei suoi titolari e alla volontà di creare un’impresa che abbia un reale impatto positivo su ambiente ed esseri umani.

Li abbiamo intervistati a inizio ottobre e abbiamo pranzato insieme raccogliendo gli ultimi raggi di sole di un’estate che lascia spazio all’autunno e, intorno al tavolo, c’erano i due titolari e Buba e Marco, i due dipendenti.

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© Paolo Saglia

Remo Giordano e Marzia Ubertazzi Strumia, classe 1977 entrambi. Lui, originario di Monterosso Grana (CN), 17 anni di vita e lavoro a Torino e poi ritornato nella valle che l’ha visto nascere e crescere per vivere di agricoltura e natura. Lei, torinese, una lunga esperienza nel mondo del teatro, ha conosciuto Remo e l’ha seguito nella sua avventura.

Producono ortaggi certificati biologici. Hanno 7 vacche di razza piemontese e un po’ di galline, producono carne e uova.
Hanno anche un piccolo agriturismo e 3 camere per offrire ospitalità a chi si avventura a conoscere la Valle Grana, un territorio non troppo conosciuto ma dalle innumerevoli risorse in provincia di Cuneo.
Per le trasformazioni si affidano a terzi ma hanno intenzione di prendere le autorizzazioni necessarie per poter internalizzare anche questa parte.
Non vuol dire che non si appoggeranno più a laboratori esterni perché, nonostante vogliano essere autonomi, credono fermamente nella collaborazione tant’è che fanno parte della Rete InGrana – ne sono stati fondatori e promotori – e da qualche mese sono entrati nella Rete ‘Humus’.
Dall’anno scorso consegnano i propri ortaggi anche a Torino.
La pandemia ha avuto un forte impatto sull’azienda ma ha anche permesso loro di aprirsi a cose nuove, in modo generativo e creativo.
L’azienda agricola è nata ufficialmente nel 2006 ma è stata dormiente per lungo tempo: la produzione era minima e finalizzata all’autosostentamento.

La storia di Remo e Marzia è davvero curiosa e, conoscendo il loro passato, può sembrare strano che ora vivano di agricoltura ma se li vai a trovare, in quel piccolo angolo di montagna accogliente e naturale, ti rendi conto di quanto quello sia veramente lo spazio che più si adatta al loro modo di essere e sia lo stile di vita che genera i loro sorrisi, da un lato, e la loro fermezza, dall’altro.

© Humus Job

Remo aveva un’agenzia di musica a Torino –  “Musicalista”: ha iniziato a 18, lavorando con i Lou Dalfin, e ha continuato fino a 2 anni fa, anche quando l’azienda agricola era già avviata. Ha lavorato per gruppi di world music, internazionali, come i Mao Mao e Ana Moura.

Mentre Remo lavorava a Torino, l’azienda aveva qualche bovino e un orto familiare. Era dormiente in questo senso, perché la licenza di agriturismo c’era ma le aperture erano saltuarie, gestite solo su ordinazione dalla madre.

Poi è arrivata la crisi economica del 2008 che ha colpito in modo particolare il mondo della cultura, della musica.
“La crisi, al mondo della musica, ha dato una botta colossale – dice Remo – ma abbiamo cercato di tenere duro qualche anno.

Fino al 2012/2013 quando le difficoltà economiche sono diventate notevoli e allora ho iniziato a guardarmi intorno per capire cosa fare per vivere meglio”. E qui è nata l’idea di ritornare al paese e di investire nell’agricoltura: l’esigenza primaria era quella di risparmiare, l’intuizione quella di smettere di comprare cibo o pagare il riscaldamento e iniziare a produrre entrambi.

Produrre per autosostenersi e impattare meno possibile sull’economia e sull’ambiente.
Così, dopo 17 anni di vita nel capoluogo piemontese, Remo ha cambiato radicalmente vita.
Ha iniziato con un po’ di ortaggi – coltivati in modo naturale – e con la legna poi, anno dopo anno, ha ampliato la produzione. Una crescita per dare maggiore continuità all’agriturismo, iniziare a vendere le eccedenze e produrre una rendita. 
“E come dei pazzi abbiamo iniziato ad aumentare anche gli ambiti di azione”.
Ma non tanto per la sostenibilità economica (ci spiegano che è più sostenibile un’azienda improntata su un solo o pochi ambiti) quanto per una volontà precisa: dipendere sempre meno dall’esterno.

Una volta avviata l’azienda, è arrivata Marzia.

Si sono conosciuti tramite amici in comune molto tempo prima di iniziare la relazione d’amore. Lui lavorava nel mondo della musica e lei in quello del teatro, due mondi che sembrano molto vicini ma che, in realtà, procedono su due binari paralleli. Due circuiti che, però, per orari di lavoro simili, si incontrano nei locali a tarda sera.
Marzia lavorava per Torino Spettacoli, ai teatri Alfieri, Erba e Gioello. Aveva un ruolo di coordinamento e un contratto a tempo indeterminato. Le piaceva molto il lavoro nel mondo del teatro ma le modalità e l’ambiente non le sentiva più sue

Questa consapevolezza è arrivata nel 2014 e due anni dopo Marzia ha deciso di lasciare quel lavoro.
Qualche tempo prima, aveva fatto un’esperienza agricola, in Irlanda, con il WWOOF e casualmente aveva scoperto che quella vita le piaceva.
Marzia ha così deciso di investire in questa direzione: ha fatto dei corsi di cucina e pasticceria, ha aiutato Remo per un mese intero – agosto, solitamente quello più intenso sia dal punto di vista agricolo che per la parte ricettiva. Faticoso ma le è piaciuto. 
Sicuramente, avventurarsi in questa impresa con la leva dell’amore e della passione, ha aiutato.
Se un progetto è condiviso con le persone che ci si sceglie nella vita, è più facile portarlo avanti e anche le difficoltà si affrontano con maggior forza.

Quando la scelta di Marzia è diventata definitiva, Remo le ha fatto un contratto – a zero ore – per darle la possibilità di lavorare in modo regolare nell’azienda.
Remo su questo aspetto si scalda: “Io sono ovviamente contrario al lavoro nero ma questo non è lavoro nero, è il mio partner che lavora con me e l’ha scelto come progetto di vita insieme. Ma non ci sono alternative e io devo pagare una busta paga per questo.”

Sicuramente in Italia sono in molti a cercare di raggirare le leggi e, se non ci fossero dei confini burocratici, molti imprenditori sfrutterebbero le persone facendole passare per partners ma “un’alternativa andrebbe trovata”, conclude Remo.

Ci sono contesti lavorativi in cui la realizzazione personale viene castrata e altri in cui le idee di ciascuno e le differenti personalità sono preziose.
Lou Porti ha rappresentato e rappresenta questo, per Marzia e Remo.
Marzia ha iniziato questa avventura con il suo compagno senza troppi retro pensieri, senza aspettative chiare. Ma ha in effetti potuto portare del suo, anche nello sviluppo dell’azienda stessa.

© Humus Job

Marzia, raccontando il primo periodo a Lou Porti, ora ci ride ma ci porta tutta l’angoscia dei primi mesi in cui i clienti prenotati erano pochi, gli incassi bassissimi, le preparazione dei pasti incerte. La sua memoria era settata sullo stipendio fisso, sulla sicurezza economica. Remo, invece, era abituato alla precarietà e aveva già scelto quello stile di vita agricolo da qualche anno. E così riusciva a rassicurarla.
Marzia ha rinunciato a cercare un lavoro part-time per far fronte alle difficoltà economiche di una scelta così radicale. Perché quel lavoretto avrebbe portato via tempo al progetto di coppia e avrebbe rallentato la possibilità di crescita. “Quello – dice Marzia – è stato un momento spartiacque: ho scelto la strada da prendere e ho iniziato a percorrerla a testa bassa” e questo le ha portato più consapevolezza e maggior sicurezza nel portare idee di sviluppo per l’azienda.

L’investimento a tempo pieno che Remo e Marzia hanno fatto nell’impresa è stato faticoso ma ha in effetti permesso una crescita: Marzia è entrata a pieno regime a Lou Porti nel gennaio 2017, a ottobre dello stesso anno hanno assunto una nuova collaboratrice, Sofia Gaviglio che oggi ha 27 anni; un anno dopo ha iniziato a lavorare con loro Buba Jammeh; e due anni dopo è arrivato Marco Bruno.
“Avere nuove persone che lavorano con noi, indica la nostra crescita” spiega Marzia.
Crescita che in questo momento ha senso rallentare per sviluppare quello che c’è, strutturarlo, renderlo sostenibile. 

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© Humus Job

Spesso, nelle piccole aziende come Lou Porti, i punti di forza e di debolezza si equivalgono, sono le due facce d’una stessa medaglia.

Uno di questi è l’avere tante cose e idee in cantiere. Le criticità sono il tempo – perché le numerose cose in fieri ne richiedono tanto – e l’organizzazione – perché è necessario essere ben strutturati, per non affaticarsi inutilmente. La forza, sta nel fatto di costruire un percorso di senso e che solo la somma di più elementi possa generare un progetto che funziona.
Sull’organizzazione ci stanno lavorando e stanno migliorando: la presenza stessa dei collaboratori va in questa direzione perché permette di dividersi responsabilità e compiti in base alle competenze. 
Ulteriore punto di debolezza e di forza è l’obiettivo che perseguono a Lou Porti: creare una filiera chiusa, completa in tutti i settori, equa e sostenibile ambientalmente.
Punto debole perché è un obiettivo molto complesso da realizzare se non lo si fa all’interno di una massa critica che cammina nella stessa direzione; punto di forza perché questo obiettivo può diventare un modello esportabile, un modo di fare agricoltura che contagia non solo altri produttori ma anche i consumatori.

C’è poi una criticità, che riguarda il contesto allargato in cui si muove un’azienda agricola, ed è la burocrazia unita alla confusione nelle informazioni.
In Italia, la prima sembra non avere pesi e misure: che l’impresa sia grande o piccola, si è sommersi dalle carte. Un’azienda di grandi dimensioni, però, può gestire la burocrazia grazie a collaboratori dedicati a questa singola mansione; in una piccola impresa, invece, seguire questi aspetti implica tralasciarne altri.
Sembra un circolo vizioso a cui si aggiunge la difficoltà di reperire informazioni che siano coerenti, utili e non discrezionali, ossia non differenti a seconda della persona che le fornisce.

© Paolo Saglia

Un tema importante che emerge nel corso dell’intervista è la collaborazione.
Ma come il discorso di prima, anche questo porta con sé aspetti positivi e altrettanti, se non negativi, quanto meno molto complessi e faticosi.
Per collaborare concretamente, dice Remo, è necessario non solo condividere la prassi ma soprattutto avere un allineamento di visione e di obiettivi. E in questo particolare periodo storico, benché siano crescenti movimenti collaborativi, sono altrettanto preponderanti dei contromovimenti che vanno in una direzione individualista, in cui le persone guardano al mondo da una prospettiva ego-centrata e curano solo i propri interessi.

Ma l’approccio anti collaborativo è insito nella persona del nostro tempo o è legato all’insostenibilità economica?
Secondo Remo e Marzia, nel fallimento dell’approccio collaborativo è il primo elemento a giocare a sfavore. Sottolineano, infatti, quanto la condivisione sia in realtà un fattore a supporto della sostenibilità economica – e ambientale e sociale, a cascata – di un’impresa. Nel settore agricolo, ancora di più in un contesto montano, però, ancora resiste una visione individualista, frutto di una mentalità vecchia: è un atteggiamento umano con cui si deve ancora fare i conti benché ogni tanto, anche per idealismo, si dia per superato.

“Dobbiamo imparare a ritagliarci più tempo libero, perché questi primi anni sono stati come un parto trigemellare, interessanti, importanti ma anche molto impegnativi.”
Ma il parto trigemellare ha anche portato a generare al Porti (in amicizia, viene chiamato così) una bella squadra di lavoro “di cui ci si può fidare tanto”, conclude Marzia.

Ritagliarsi più tempo libero sembra essere una questione aperta – e irrisolta per il momento – quando si parla con aziende agricole medio-piccole.
Per prima cosa si fa attenzione all’ambiente, ai dipendenti e al portafoglio; poi, quando tutto è in equilibrio, l’imprenditore agricolo guarda anche a sé. Intanto, però, si è trascurato.
La collaborazione, però, può essere strumento per diminuire leggermente questa forma di autosfruttamento.

A Lou Porti oggi sono in 5: Remo, Marzia, Sofia, Buba e Marco.
La storia, la visione, gli obiettivi del Porti, il modo di coltivare, allevare e cucinare, il modo di stare insieme e costruire un modo diverso di fare impresa e agricoltura, sono solo alcuni dei motivi che hanno spinto i 3 giovani a restare con Remo e Marzia.
Arrivati per strade diverse, si sono fermati tutti e 3. 

Buba Jammeh arriva a Monterosso Grana dal Gambia, come richiedente asilo, nel 2016. Ospite del Centro di Accoglienza locale, entra in contatto con Remo e Marzia grazie allo Sportello Lavoro del Comune, gestito dall’Associazione MiCò. Da quell’incontro è nata una prima collaborazione (tirocinio formativo) che si è trasformata in modo naturale in contratto dipendente.

Non solo perché Buba aveva voglia di fermarsi in quel piccolo paese di media valle del cuneese e aveva voglia di sperimentarsi in cucina, ma anche perché la sua esperienza in agricoltura e con gli animali è grande e ciò di cui avevano bisogno Remo e Marzia.
Al Porti, da qualche anno, si sperimenta la trazione animale. In Gambia forse non hanno scritto libri a riguardo, non fanno corsi e non hanno costruito intorno una cornice filosofica e teorica, ma sicuramente la praticano da molto tempo e Buba ha molto da insegnare a riguardo
Non si è fermato alle competenze che già possedeva ma si è avvicinato con passione e interesse al mondo della cucina tradizionale piemontese: “Ho imparato a fare i dolci con Marzia, le paste, gli gnocchi, i ravioli, con Remo. Fino a quando è arrivato Marco che mi ha spronato a crescere ulteriormente e ad ampliare le mie conoscenze.”

E, infatti, dal 2021 a Lou Porti è arrivato Marco, 28 anni. Originario dell’albese (CN), ha alle spalle differenti esperienze nel mondo della ristorazione, anche all’estero. Nato in un contesto agricolo – nonni contadini ed estati trascorse a vendemmiare con la famiglia – grazie a Remo e Marzia, Marco ha conosciuto un modo nuovo di fare e pensare l’agricoltura: mettersi insieme per ridurre i costi e gli sprechi e sensibilizzare a un consumo consapevole ed etico.
“Sovrapproduzione, industrializzazione eccessiva sono la strada sbagliata.” Quella giusta è fatta di produzioni limitate, prodotti buoni, supporto tra aziende e persone.
Marco è rimasto a Lou Porti perché si è affezionato ai titolari e al collega, Buba, e a questo nuovo approccio all’agricoltura.
E, su queste basi condivise, Remo e Marzia lo hanno assunto.
Marco ha intravisto il potenziale dell’azienda e le possibilità di crescita personale.

© Humus Job

Ci spiega quanto al Porti le decisioni vengano prese in modo partecipato e condiviso e l’entusiasmo, le competenze e i talenti di ciascuno trovano spazio e non vengono frenati. E tutto questo, per Marco, è stimolante: “Sono le sensazioni che mi hanno fatto scegliere di continuare.” 

Nelle mani di Remo e nelle parole di Buba si percepiscono concretezza e grande conoscenza – e rispetto – del mondo agricolo e animale.
Negli sguardi di Marzia e Marco scorre un fiume di coinvolgente emotività.

Tutti insieme sono un mix esplosivo di passione, calore, accoglienza, ragione ed emozione, idee che esplodono come fuochi d’artificio e piedi piantati nella terra per non perdersi tra le nuvole.
Sofia, coetanea di Buba che all’intervista non ha potuto esserci, è anche lei tutto questo.

E la bellezza e la forza del Porti le puoi respirare seduto nel dehor contemplando le montagne, gustare attraverso i loro prodotti e tutto ciò che esce dalla cucina, toccare con mano accarezzando i loro asini e scaldandoti d’inverno al fuoco del caminetto.

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