20 Settembre 2021 / Lavoro

Barikamà: la Cooperativa Resistente

Il Bambarà è una lingua mandingo parlata prevalentemente in Mali, stato subsahariano in Africa Occidentale, da cui arrivano molti dei profughi che approdano sulla nostra penisola.
Barikamà, nella lingua del popolo Bambara, significa Resistente.

E quella dei ragazzi africani che hanno fondato Barikamà, è proprio una storia di resistenza e riscatto. Una di quelle storie positive che fa piacere raccontare, una realtà di cui Humus Job è onorata di aver incrociato il cammino.
Suleman, Aboubakar, Cheikh, Sidiki, Modibo, Seydou e Ismael sono i loro nomi.
Prima di diventare una cooperativa, questo gruppo arrivato a Roma dalla Calabria, era un’Associazione di Promozione Sociale, fondata nel 2010.
Quattro anni dopo – risolta la parte burocratica e legalizzata la propria posizione sul territorio italiano – si sono convertiti a Cooperativa Agricola e i fondatori Suleman, Cheikh e Aboubakar sono diventati il Consiglio di Amministrazione di cui il primo è Presidente.

All’inizio di luglio, abbiamo intervistato Cheikh Diop, uno degli ospiti che hanno partecipato all’evento “Sostenibilità economica e sociale in agricoltura. Esclusione o sinergia?” organizzato da Humus Job.

© Barikamà

Tutti i fondatori di Barikamà arrivano da Rosarno, un paese purtroppo noto in Italia per i ghetti di lavoratori stagionali, per il fenomeno del caporalato dilagante e per le rivolte del 2010.
A Rosarno raccoglievamo arance e mandarini e ci pagavano 25 euro a giornata. (per saperne di più) D’estate ci spostavamo a Foggia per raccogliere pomodori.” Lavoravano a cottimo: venivano pagati in base a ciò che raccoglievano, 3 euro e 50 per 350 kg di pomodori raccolti.

A Rosarno, Cheikh e i suoi compagni c’erano quando la rivolta è iniziata. Una rivolta innescata quando 4 lavoratori africani sono stati gambizzati a colpi di arma da fuoco da un cittadino italiano. Ma quell’avvenimento è stato solo l’apice di una situazione di razzismo e discriminazione costante che i braccianti stagionali africani vivevano da tempo: “Abbiamo sempre vissuto razzismo e discriminazione. Non potevamo uscire la sera perchè ci prendevano a bastonate, e quando andavamo in bici ci aprivano le portiere delle macchine per farci cadere.”
Quando hanno sparato ai 4 lavoratori africani, tutti gli altri, stanchi e arrabbiati per anni di vessazioni, si sono organizzati in manifestazione: quella che poi è arrivata agli onori della cronaca come “la rivolta di Rosarno”.

I rosarnesi volevano che gli africani lasciassero la città e che i manifestanti fossero allontanati. Ed è andata così: “Alcuni lavoratori sono stati spinti a prendere treni verso qualsiasi altra direzione, e molti sono stati arrestati.”
Qualcuno non ha potuto scegliere, Cheikh e gli altri, fortunatamente sì. Volevano arrivare a Roma e poi andare in Francia. “Alcuni di noi hanno continuato il viaggio, verso la Francia, la Germania e la Spagna.” 
Loro, invece, a Roma hanno conosciuto i ragazzi del Centro Sociale Ex Snia, in zona Prenestina, e hanno deciso di fermarsi.
Perché in quel Centro Sociale è nata Barikamà ma soprattutto, nel rapporto con quei ragazzi, è rinata la fiducia, in se stessi e verso gli italiani, morta a Rosarno tra le pieghe della violenza e del razzismo per troppo tempo respirato.

Mentre, insieme agli attivisti del Centro Sociale, partecipavano a manifestazioni, cercavano lavoro ma era difficile trovarlo.

E, quasi per caso, hanno iniziato a fare lo yogurt che è diventato il loro lavoro e il loro progetto imprenditoriale.

“Durante una festa al Centro Sociale, c’era la colazione da preparare. Ci siamo offerti di preparare lo yogurt perché lo sapevamo fare. Il giorno dopo è stato apprezzato da tutti, soprattutto dagli anziani che ci hanno detto che il gusto del nostro yogurt gli ricordava quello che si faceva una volta, 50 anni fa.”

L’esperimento era andata molto bene e così i Barikamà hanno provato a venderlo: hanno iniziato con 15 litri, tutti venduti in una settimana; hanno continuato con quel quantitativo per un periodo e dopo 6 mesi hanno costituito l’Associazione. Quello che era stato un esperimento stava diventando qualcosa di molto più stabile, la risposta dei consumatori era buona: potevano iniziare ad aumentare le quantità e darsi una struttura per trasformare un esperimento per una festa in opportunità lavorativa.

Il percorso da esperimento ad associazione di promozione sociale è stato accompagnato da una delle attiviste del Centro Sociale che, nel frattempo, si è legata sentimentalmente a uno dei ragazzi africani.

“Senza di lei avremmo sicuramente avuto più difficoltà, era lei che ci spingeva. Noi ci tiravamo spesso indietro.” Cheikh spiega che a volte il coraggio e la forza di fare ci sono, ma l’impatto con i purtroppo numerosi insulti razzisti porta a fare molti passi indietro. “Lei invece ci spingeva a contrastare il razzismo, a superare i pregiudizi delle altre persone, che erano tante, ad andare oltre l’ignoranza di chi ci trattava così.”

Soprattutto all’inizio, quando i ragazzi di Barikamà hanno iniziato a promuovere il loro yogurt, molti sostenevano che il loro prodotto non rispettasse le norme igieniche: un pregiudizio per il colore della pelle di coloro che lo producevano

© Barikamà

Superare quei muri, secondo Cheikh, non è affatto scontato ma loro continuano a provarci.
Lui ha studiato biologia in Senegal e quando i consumatori gli fanno domande su sterilizzazione, pastorizzazione, PH del latte e cose tecniche lui risponde, sa cosa dire perché è il suo campo e racconta, spiega perché crede che i pregiudizi si abbattano solo con la relazione, con il confronto, conoscendo e conoscendosi.
“Alcuni sostengono che ci sia qualche italiano dietro la produzione – quasi non sia possibile che una cooperativa di produttori africani sia autonoma e capace – ma siamo noi a occuparci di tutto. Siamo riusciti a renderci autonomi, anche se il sostegno di questa ragazza ha aiutato tanto. Quando inizialmente vendevamo lo yogurt nei mercati lei ci accompagnava, perché conosceva molti italiani e faceva da tramite, dopo un pò abbiamo iniziato ad andare da soli.”  

Oggi, a 7 anni dalla nascita della cooperativa, hanno molte meno difficoltà perché conoscono la città, hanno creato una rete di conoscenze, parlano meglio l’italiano, hanno realizzato un sito, sono in regola e tutti questi fattori permettono loro di essere autonomi.

Oggi collaborano anche con ragazzi italiani con la Sindrome di Asperger e l’idea è nata per creare una connessione tra persone che vivono situazioni di difficoltà simili.
“Dopo la rivolta di Rosarno non ci fidavamo più delle persone, pensavamo che l’italia non fosse un paese in cui poter vivere serenamente, che potesse diventare un giorno anche un pò nostro, pensavamo di non essere voluti. Dopo aver superato questa fase iniziale, abbiamo pensato che i ragazzi con l’Asperger vivessero problematiche simili alle nostre, perché hanno difficoltà ad interagire con le persone, vengono stigmatizzati, esclusi. E così li abbiamo accolti nella cooperativa.” 
A oggi sono 2 i ragazzi che lavorano in Barikamà e ricoprono diversi ruoli all’interno dell’organizzazione.

“Oggi siamo in totale 10: 2 italiani e 8 africani, alcuni di Rosarno e altri conosciuti qua a Roma”.

© Barikamà

Oggi lavorano con i Gruppi di Acquisto Solidale, vendono ai mercati a km0 e riforniscono bar e ristoranti oltre che consegnare a domicilio

Con il passare degli anni, oltre alla produzione di yogurt, Barikamà ha iniziato a coltivare ortaggi e a trasformarli ampliando così il proprio paniere di vendita. Dai prodotti che abbondano, creano trasformati che possono vendere tutto l’inverno: sugo di pomodoro, verdure sott’olio e grigliate, creme di ortaggi. Sono una cooperativa biologica e anche il latte che serve per la produzione dello yogurt viene conferito loro da un’azienda bio.

Adesso riescono a coprire 10 stipendi da circa 600 euro mensili.
“Non è uno stipendio alto, però, abbiamo deciso di dividere così i ricavi, siamo tutti soci lavoratori della cooperativa. Quando vendiamo di più possiamo guadagnare di più, altrimenti, se siamo in difficoltà con le vendite, a prescindere da quanto ciascuno abbia lavorato, abbiamo stabilito che ognuno prende almeno 600 euro.”

Lavorano per loro stessi, si sono creati una realtà lavorativa in cui non ci sia un capo a cui rendicontare, sono autonomi e decidono per se stessi.

Può sembrare poco ma per chi è stato sfruttato, invece, è un traguardo importante: “Decidiamo noi quando e quanto lavorare – afferma Cheikh – abbiamo più libertà ma lavoriamo sempre con responsabilità”. E aggiunge che le decisioni le prendono insieme, rispettando le esigenze di ciascuno: “Non dobbiamo più sottostare a un capo.”
Inoltre, l’auto-imprenditoria ha permesso ai produttori di Barikamà di regolarizzare la propria situazione in Italia.
Tramite il contratto illimitato della cooperativa hanno potuto sistemare anche questo pezzo burocratico che, per i lavoratori migranti, è imprescindibile per poter vivere in modo meno precario e più degno la propria vita in questo paese.

Sicuramente un buon punto di forza è che siamo tutti giovani, determinati, con la voglia di andare avanti.” 

Tra le debolezze, invece, si possono annoverare le difficoltà di gestione delle questioni burocratiche ma, consapevoli di non riuscire a fare tutto da soli, per risolvere questo problema si appoggiano a professionisti. 

Cheikh ci racconta di quanto sia stato grande l’impegno nel cercare di superare le tante difficoltà incontrate. All’inizio non pagavano un affitto, avendo iniziato a produrre all’interno di un Centro Sociale che dava loro gratuitamente anche ospitalità, e questo sicuramente ha permesso loro di non avere spese ingenti da sostenere. “Quello che guadagnavamo a fine mese, facendo lo yogurt, lo dividevamo equamente tra tutti.” Magari quello che rimaneva in tasca era solo un biglietto da 50 euro e si sa che con quella cifra non ci si paga nemmeno da mangiare ma il pensiero dei produttori di Barikamà è sempre stato ottimistico e le scarse entrate non impedivano loro di andare avanti e riprovare, giorno dopo giorno, con il pensiero che quello sarebbe diventato il loro lavoro.

Cheikh riconosce fondamentale l’aiuto dato loro dalla ragazza incontrata al Centro Sociale che li ha sostenuti, emotivamente, ha creduto in loro, li ha inseriti nel tessuto sociale di Roma, li ha messi in contatto con la gente del posto, gli abitanti di Martignano, quelli dell’azienda dove ora coltivano e trasformano.

All’inizio c’erano diffidenza e dubbi, quelli del caseificio non volevano prendersi il rischio di investire, erano prevenuti e l’accompagnamento dell’amica italiana ha permesso di rompere le barriere della diffidenza. Non parlava al posto loro ma faceva da ponte: un ponte indispensabile per permettere ai produttori di Barikamà di raccontare la loro idea imprenditoriale fatta di sogni ma anche di molte competenze. 
“Penso – dice Cheikh – che senza di lei quelli dell’azienda non ci avrebbero accettati. Invece ci hanno dato la possibilità di fare una prova di produzione. […] Il primo giorno in cui ho lavorato al caseificio venivano tutti a guardarmi, sembrava che tutta l’azienda aspettasse di vedere il risultato, sicuri che non sarebbe uscito nulla di buono. Quando il processo è finito e lo yogurt è venuto bene, sembrava un miracolo.”

Per gli altri. Cheikh ne era sicuro perché conosceva la materia ma ha dovuto dimostrarlo.

Uno dei progetti futuri che Cheikh, insieme agli altri, ha nel cassetto è il ritorno in Africa. Non solo per rivedere la famiglia e la propria terra ma per impegnarsi in ciò che sanno fare e insegnarlo ai propri connazionali.

Lavorano per loro stessi, si sono creati una realtà lavorativa in cui non ci sia un capo a cui rendicontare, sono autonomi e decidono per se stessi.

Può sembrare poco ma per chi è stato sfruttato, invece, è un traguardo importante: “Decidiamo noi quando e quanto lavorare – afferma Cheikh – abbiamo più libertà ma lavoriamo sempre con responsabilità”. E aggiunge che le decisioni le prendono insieme, rispettando le esigenze di ciascuno: “Non dobbiamo più sottostare a un capo.”
Inoltre, l’auto-imprenditoria ha permesso ai produttori di Barikamà di regolarizzare la propria situazione in Italia.
Tramite il contratto illimitato della cooperativa hanno potuto sistemare anche questo pezzo burocratico che, per i lavoratori migranti, è imprescindibile per poter vivere in modo meno precario e più degno la propria vita in questo paese.

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